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Questo
nostro territorio, dopo aver avuto un ruolo diciamo pure abbastanza
interessante in quella che generalmente si è soliti definire epoca romana
- non dimentichiamo, ad esempio, che ieri come oggi la nostra valle era
vitale nei collegamenti fra Roma e il sud della penisola - si avviò, in
linea con ciò che accadeva per l’impero che la stessa Roma aveva creato,
verso un inevitabile declino al quale contribuirono notevolmente le
cosiddette invasioni barbariche - di qui passarono, si dice, i Goti (410),
i Vandali (455), gli Eruli (476) e gli Ostrogoti (493-494) - che, oltre a
spopolarlo, lo ridussero in uno stato che definire di totale degrado è
forse dire poco. E, come se tutto ciò non bastasse, ci si misero anche
fenomeni naturali di inaudita portata quali spaventosi terremoti: ce lo
raccontano le testimonianze che Paolo Diacono, Gregorio di Tours, l’Aventicense
e Gregorio Magno, tutti personaggi degni di fede, ebbero la bontà di
tramandarci sicuramente nulla togliendo e nulla aggiungendo a quella che
doveva essere stata la realtà delle cose.
Il tempo è quello a cavallo tra il V ed il VI
secolo, il secolo in cui Benedetto da Norcia proveniente da Subiaco, salì
sul monte di Cassino, penetrò nell’acropoli, ormai anch’essa abbandonata,
e, riferisce Gregorio Magno nei suoi Dialoghi, abbattuti i simboli pagani
cominciò ad edificare il suo monastero. Quando ciò accadde era il 529.
Non erano passati molti anni da
questo evento destinato ad avere una proiezione non solo nel tempo ma
anche nello spazio, di cui il povero Benedetto probabilmente non aveva
nemmeno la più pallida idea, quando, in un periodo compreso tra il 577 e
il 589, ovvero sul finire del VI secolo, Zotone, primo duca longobardo di
Benevento, saccheggiò e distrusse ciò che l’uomo di Norcia aveva sino
allora realizzato per impadronirsi di quella piazzaforte naturale e
fortificarla contro il ducato Romano: anche allora, cioè, il monte di
Cassino si rivelò indispensabile per le strategie militari, né più né
meno come sarebbe accaduto l’ultima volta, ed auguriamoci anche per
l’ultima volta, una sessantina di anni or sono nel corso del secondo
conflitto mondiale.
I monaci con l’abate Bonito ripararono allora
a Roma, al Laterano, portando con loro il libro della Regola, alcuni
codici, gli arredi sacri, il peso del pane e quello del vino, e poche
altre cose.
Analoga sorte subì, sempre ad opera degli
stessi Longobardi, il sottostante abitato di Cassino che fu completamente
devastato e ridotto ad un piccolo borgo in cui continuarono a vivere solo
poche persone.
Poi, per lo spazio di circa 130 anni
Montecassino rimase del tutto deserta, o quasi, e ciò fino a quando, nel
717, per incarico di papa Gregorio II vi si recò il pellegrino di Brescia
Petronace il quale, con l’aiuto di alcuni eremiti che trovò sul monte e
dei monaci di S. Vincenzo al Volturno, iniziò la ricostruzione del
monastero già abbozzato da Benedetto. In quale stato fosse ridotto il territorio
circostante in questo non breve lasso di tempo, diciamo fra la fine del
sesto secolo e l’inizio dell’ottavo, non è dato conoscere per la mancanza
di specifiche informazioni. Però, non dovrebbe essere difficile arguirlo
essendo noto che la città di Aquino, occupata anch’essa dai Longobardi
intorno al 577, per le scorrerie di quei barbari, per la fame e per la
peste era rimasta spopolata a tal punto che, alla morte del vescovo
Giovino, sempre a dire di Gregorio Magno, non si fu nella condizione di
poter nominare il suo successore.
Pur tra le molte perplessità determinate
soprattutto dalla carenza delle fonti, non è errato affermare che l’arrivo
dei Longobardi nel territorio non fu certo un evento indolore; ovvero un
avvenimento che un qualche sconvolgimento sicuramente lo creò. E, come se
ciò di per sé non bastasse, anche in questa circostanza si tramanda il
ricordo di una violenta pestilenza. Sta di fatto che Interamna, che
pure era stato uno dei centri più importanti della valle, con foro, terme
e templi, scomparve del tutto. Aquino,
intanto, dovette segnare, fino al principio dell’ottavo secolo, l’estremo
limite del ducato beneventano verso quello di Roma. Fu a quel tempo,
infatti, esattamente nel 702, che il duca Gisolfo I estese la conquista
longobarda ad Arce, Arpino e Sora, spingendosi quindi nella campagna
romana, fino alla località denominata Horrea, a cinque miglia da
Roma. Ci volle tutto il saper fare di papa Giovanni VII se, grazie a doni
di varia natura ed al riscatto di tutti i prigionieri, infine Gisolfo si
convinse a ritirarsi al di là del Liri assicurando il pontefice che non
avrebbe mai più osato spingersi al di là del fiume. Si convenne, infatti,
che tutto il territorio compreso tra Aquino ed il Liri, che già
apparteneva al Latium novum o adiectum, entrava a far parte
definitivamente degli stati Longobardi. Una situazione che, pur dovendo
sopportare ovvero essere sottoposta a vicende di varia natura rimase
inalterata per circa dodici secoli, fino a quando cioè, nel 1870, con
l’annessione dello Stato pontificio, i Savoia completarono l’unificazione
nazionale. Restò, però, ancora linea di confine fra la provincia di Roma e
quella di Terra di Lavoro, con capoluogo Caserta, fino a quando il
fascismo non decise di dar vita alla provincia di Frosinone e quindi, di
conseguenza, per forza di cose fu costretto a smantellare quel confine
disegnato dal Liri. Il quale, comunque, a buon diritto aveva acquisito il
merito di essere stato il confine più duraturo d’Europa.Ma torniamo all’epoca dalla quale siamo
partiti per dire che, stando alle fonti citate, la situazione in cui il
nostro territorio a quel tempo si presentava al viandante o al pellegrino
che vi si fosse trovato a transitare non era certo delle migliori, diciamo
pure diametralmente opposto a quello che oggi si presenta ai nostri occhi
ancorché talvolta deturpato da taluni segni di inciviltà duri a morire.
Insomma, in quella stessa valle che, appena alcuni secoli prima, era
rinomata per la sua fertilità, dominavano ora campi incolti, boscaglie ed
acque stagnanti. E la situazione era talmente grave che, ancora verso la
fine del secolo VIII, quando l’abate Gisolfo (797) di Montecassino edificò
al piano la basilica del Salvatore, dovette con colmare di sassi, di
macerie, e di terra bonificare il terreno: evidentemente le frequenti
alluvioni avevano travolto gli argini artificiali costruiti sulle rive del
Rapido, ricorda Varrone, dagli antichi Cassinati, per regolare il deflusso
delle acque, impedire le inondazioni e il formarsi di zone paludose e
malariche. Del resto, anche i già floridi laghi di Aquinum, ormai
privi delle indispensabili attenzioni finirono col divenire una palude
quanto mai nociva contribuendo così allo spopolamento della zona.
Era, dunque, una situazione di
totale degrado quella che caratterizzava il nostro territorio nel cui
contesto, peraltro, si annoverava una consistente presenza di lupi, orsi,
gazzelle e cervi, come testimoniano alcuni versi del “Chronicon Casinense”.Spostiamoci ora a Castantinopoli che in
quella stessa epoca è la nuova Roma, la Roma d’oriente, la capitale
dell’Impero Bizantino.Nel 626 la città subisce l’assedio dei
Persiani alleati con gli Avari. Tra la fine di luglio ed i primi di agosto
le orde barbare penetrano nella città, difesa aspramente dai bizantini:
tutto lascia prevedere la fine della capitale e, dunque, dell’impero
romano d’oriente. Ma il 4 agosto un errore operativo da parte degli
assedianti permette ai bizantini di capovolgere la situazione: gli
invasori vengono messi in fuga e Costantinopoli è salva. Ma, si dice,
l’esercito bizantino probabilmente non sarebbe riuscito da solo
nell’impresa se non ci fosse stata l’intercessione della SS.ma Madre di
Dio che sarebbe stata vista sul bastione più alto della città a
difendere la città stessa ed il suo popolo.
Sta di fatto che da questo momento cessa
l’incubo del pericolo persiano e per i bizantini inizia la ripresa.
Guidati dall’imperatore Eraclio essi lottano non solo per riprendersi le
terre loro sottratte dai persiani ma soprattutto combattono per recuperare
il tesoro più prezioso della Cristianità: il Sacro Legno della Croce che
il 5 maggio 614 i persiani avevano trafugato dalla chiesa del Santo
Sepolcro di Gerusalemme.Eraclio con un esercito agguerrito iniziò la
sua marcia verso la Persia e l’8 aprile 628, dopo aver annientato
l’esercito persiano, poteva comunicare a Costantinopoli sia l’esito
positivo dell’impresa militare che quello relativo alla restituzione della
Croce che si concretizza il 21 marzo 630: l’imperatore Eraclio,
accompagnato dalla corte imperiale ed alla presenza del patriarca di
Gerusalemme e di tutti i Vescovi della regione, vestito di una semplice
tunica, a capo scoperto ed a piedi scalzi, inginocchiato sulla polvere,
riceve la Sacra reliquia. La cerimonia si svolge presso Tiberiade;
avviene, quindi, il trasferimento a Gerusalemme che avviene attraverso un
viaggio che merita sicuramente di essere definito trionfale: si racconta,
infatti, che nessun imperatore romano mai ebbe un trionfo più grande di
quello avuto da Eraclio. L’avvenimento, poi, si racconta anche, tanto
impressionò i contemporanei che in tutta la chiesa, fin nelle località più
remote del mondo cattolico allora conosciuto, si sentì il desiderio di
correre a Gerusalemme per venerare la Sacra reliquia.Ancora agli inizi del sesto secolo sul
Gargano, in Puglia, acquisiva sempre più prestigio un santuario innalzato
in onore del principe delle schiere celesti, San Michele Arcangelo, a
seguito della sua apparizione in quella stessa grotta dove poi sarebbe
sorta la chiesa in suo onore.A dare notorietà a questa vicenda pare
contribuirono non poco proprio i Longobardi i quali ne diffusero il culto
in tutti i loro territori attribuendo all’Arcangelo le loro conquiste
militari. Cosicché San Michele al Gargano divenne tappa d’obbligo per
chiunque tornava dalla Terra Santa e intendeva concludere il suo
pellegrinaggio a Roma.Fu proprio su queste tappe della fede -
Gerusalemme, monte Gargano, Roma - che si svilupparono leggende e leggende
alcune delle quali implicarono nel loro contesto anche uno scorcio delle
valli di Comino e del Liri evidentemente sul percorso tra il Gargano e
Roma.Anche se non mi sembra che su questo
specifico argomento ci siano stati studi specifici soprattutto per quanto
riguarda il nostro territorio, non è da escludere, tuttavia, che ciò possa
essersi verificato sulla scia dei tracciati si ricalcavano i percorsi di
quelle strade che Roma aveva disegnato nel territorio per evidenti
necessità strategiche e, comunque, non solo militari.Tornando alle tappe delle fede cui si è
accennato, un loro riferimento ad esse viene dalle leggende sui santi
pellegrini d’origine inglese che poi trovarono appunto tra le valli di
Comino e del Liri la conclusione alla loro esistenza terrena e la nascita
ad una vita di santità decretata non dagli organi della chiesa di Roma
quanto dalla esaltazione popolare.Si parla di Gerardo, Arduino, Folco e Bernardo, che qualcuno dice fossero fratelli, i quali partiti nel 628 dal
loro paese di origine, Silions, per un pellegrinaggio in Terrasanta, nel
viaggio di ritorno, si fermarono a vivere da eremiti sul Gargano per
alcuni anni e poi, nel 639, lasciarono la Puglia. Nel loro cammino verso
Roma, caddero ammalati e morirono, uno dopo l’altro, Gerardo a Gallinaro,
Bernardo ad Arpino (il corpo venne poi traslato a Roccadarce), Folco a
Santopadre ed Arduino a Ceprano. Appena dopo, quando nel 665, in occasione
di una delle tante pestilenze, sulle loro tombe vennero operate
miracolose guarigioni, in conseguenza di ciò essi furono innalzati agli
onori degli altari.
Occorre precisare che il racconto relativo
alle vicende terrene e celesti dei quattro pellegrini inglesi fu
pubblicato per la prima volta da Antonio Vitagliano ne “Il Ceprano
ravvivato” nel XVII secolo, senza altre basi bibliografiche che la
“Leggenda di Folco” di Francesco Buoncompagno, Arcivescovo di Napoli, e
“La storia di San Bernardo” di Col’Antonio Dentice Napoletano, fonti che,
scrive Domenico Celestino in “Gallinaro… Venti secoli sulla collina”,
“sono risultate irreperibili ma, se sono mai esistite, sono appunto una
leggenda la prima, e l’opera di un autore di edificanti agiografie la
seconda. Inoltre, a parte l’assenza di documentazione, il racconto appare
inverosimile anche per altri motivi”.
Grosso modo sullo stesso percorso, transita
“Leuterio”. Lasciata la sua terra, la sua isola, portandosi dietro solo i
suoi ricordi più cari, egli naviga verso lidi di cui conosce meno che
niente.
“Per abito un semplice saio, di lana molto
doppia, filato a mano forse dalla sua mamma, un ampio mantello per
coprirsi nelle notti fredde da passare all'addiaccio, un ampio cappello a
falde larghe per ripararsi nelle giornate di pioggia, il bastone nella
mano e senza scarpe, o sandali ai piedi, tanto meno borse o sacchi da
viaggio, secondo l’insegnamento evangelico, in queste condizioni Eleuterio
inizia il suo itinerario di fede e di perfezione cristiana”:
è ciò che immagina don Enzo Tavernese in un suo non dimenticato studio sul
Santo, “Storia e leggenda di un Santo e del suo Santuario”, edita dalla
Pro-loco di Arce nell’ormai lontano 1979.
Nel suo itinerario, oltre Gerusalemme, non
dovette tralasciare una visita agli altri luoghi santificati dalla
presenza di Gesù: Betlemme, Nazareth, tutta la Palestina; poi,
naturalmente, il Gargano, per venerare San Michele Arcangelo. Ma non solo.
“Si saliva il Gargano”,
scrive infatti don Enzo, “non solo
per venerarvi l’Arcangelo, ma anche per sostarvi per qualche tempo in vita
eremitica, in una delle tante grotte disseminate all’intorno. Ed in una di
queste grotte Eleuterio, certamente rimase per completare la sua
formazione spirituale, a contatto con gli altri eremiti che vivevano in
loco. Una esperienza di solitudine, di raccoglimento, a contatto con una
natura ancora selvaggia ed integra, con davanti agli occhi una visione
continua della grandezza di Dio, formata da un paesaggio stupendo che si
estendeva fino al mare. In questo clima, ed a contatto con le altre anime
che affinavano la loro unione con Dio: nella preghiera comune, nella
Grotta dell’Arcangelo S. Michele; nella penitenza, nel digiuno e nella
povertà più assoluta, Eleuterio completa la sua formazione spirituale.
“E’ qui che egli entra nella fase
contemplativa della sua vita interiore. E' qui che egli matura la sua
santità e da questo luogo parte facendo, del rimanente della sua
esistenza, non più un semplice pellegrinaggio ma una vera e propria
missione di evangelizzazione e di testimonianza. Lo Spirito Santo lo ha
riempito dei suoi sette doni e lo spinge a compiere la missione di
evangelizzatore, sollecitandolo a continuare la sua strada verso Roma,
affinché dove egli indirizza i suoi passi, andando verso la Città Eterna,
egli compia la sua missione alla quale Dio lo ha chiamato per il resto
della sua vita”.
Quanto al resto - il suo arrivo sulle sponde
del Liri in prossimità di quella torre del “Pedaggio” che evidentemente
doveva costituire un passaggio obbligato sulla strada per Roma, quella
notte che segnò il passaggio dalla vita alla morte di Eleuterio, l’alba
seguente che ne decretò la santità - sono tutte storie, o leggende, che i
discendenti di quelle stesse persone che allora decretarono la santità del
pellegrino cui un oste poco generoso aveva negato un tetto per la notte
ben conoscono e, dunque, non è il caso di riproporre.
A questo punto, però, si pone una domanda,
una considerazione: perché questa quasi contestuale presenza nelle nostre
valli di pellegrini poi puntualmente elevati non solo agli onori degli
altari ma anche a patroni delle comunità? Non è naturalmente il caso di
Benedetto da Norcia o del pellegrino di Brescia Petronace che
testimonianze del loro passaggio su questa terra le lasciarono e come. E
il caso degli altri, invece. Io penso, ma il mio pensiero vale poco, che
in quella situazione di totale degrado in cui il territorio si trovava si
andava alla disperata ricerca di un ponte verso il cielo alla ricerca di
un segno divino che consentisse quanto meno una evasione interiore.
Piuttosto vorrei esprimere una considerazione
a proposito della solidità e vastità della fede che ancora oggi
caratterizza in questo territorio la venerazione di Eleuterio. Non sono
frequentatore di luoghi di culto nei momenti in cui per tradizione, per
ricorrenza o per quant’altro in essi si riversano moltitudini di fedeli.
Non ho, voglio dire, termini di paragone a riguardo. Ma quello che per
caso ho visto un paio di domeniche or sono a Sant’Eleuterio, quando la
statua del Santo stava per essere trasferita ad Arce, è stato uno
spettacolo che, onestamente, mi ha stupito. Meravigliato. E che, in
verità, non ha assolutamente riscontro, ad esempio, nella venerazione per
il patrono del mio paese, Costanzo, che, in verità, deve accontentarsi di
una platea di molto, molto inferiore.
Ma torniamo ad Eleuterio. Nel contesto di
questa forte devozione che egli ha saputo guadagnarsi deve evidentemente
inquadrarsi l’iniziativa che giustifica la mia presenza ed il mio dire: la
pubblicazione che Giuseppe Antonio Violetta ha dedicato al Santo “con
la speranza nel cuore”, egli scrive, che il suo lavoro “possa far
crescere in noi la fede e l’affetto per il nostro”.
Ma al di là di questa aspirazione, Giuseppe,
mi sembra, abbia inteso soprattutto supportare con il suo scritto le
tavole che Marco D’Emilia ha realizzato ispirandosi alle tappe più
importanti e significative della vita di Eleuterio. Non sono un critico
d’arte e perciò non posso lasciarmi andare a quei giri di parole
caratteristici proprio di questi critici e che alla fine non dicono
praticamente nulla. Più semplicemente e brevemente dirò che esse mi
sembrano abbastanza originali nella loro fattura, soprattutto per il modo
in cui la figura del protagonista viene presentata. Si ha l’impressione,
infatti, che essa quasi traspaia tra la nebbia. In linea, cioè, con la
leggenda della vita del Santo.
Insomma, un bellissimo omaggio, tale
soprattutto per la sua fattura estremamente semplice, e per ciò più
apprezzabile, quello che Giuseppe Antonio Violetta e Marco D’Emilia hanno
voluto rendere al Santo patrono della loro città. Un omaggio sul quale è
il caso di non spendere ulteriori parole anche per non togliere il gusto
della sorpresa, una delle quali potrebbe essere la rivelazione dell’unico
miracolo riconducibile al Santo, stando almeno a ciò che Giuseppe mi ha
detto, che chi vi parla ebbe occasione di rintracciare in un polveroso
archivio insieme ad altre notizie sulla venerazione verso Eleuterio ad
Aquino, che lo stesso Giuseppe ha avuto la sensibilità di riproporre nel
suo lavoro. Della qualcosa naturalmente gli sono grato così come gliene
sono per avermi voluto coinvolgere in questa iniziativa che se mi ha
sottratto del tempo a scapito di altri interessi tutto sommato mi ha
consentito un salutare bagno in certe leggende di fede nelle quali di
tanto in tanto è salutare tuffarsi.
Arce, 22
maggio 2002
Dott. Costantino IADECOLA
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