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Le foto (curate da Bernardo Di Folco) della conclusione dell'Assemblea diocesana 2006/2007
Mons. Luca Brandolini
Alcuni partecipanti
(Sopra e sotto) Il saluto del nostro Vescovo |
I Documenti del nostro Vescovo Mons. Luca Brandolini LA PARROCCHIA, CASA DELLA SPERANZA
Domenica 24 settembre si è svolta a Sora l’Assemblea diocesana programmatica per l’anno pastorale 2006-2007. Per la prima volta, anziché proporre una Relazione tematica come base di partenza, il Vescovo ha voluto segnalare ai quattro Gruppi di ricerca, in cui si è articolato l’incontro, altrettanti aspetti e compiti della parrocchia come “casa della speranza”, con evidente riferimento alle tematiche del Convegno ecclesiale di Verona e in stretta continuità con il programma pastorale dell’anno appena concluso su: “La parrocchia comunità eucaristica e missionaria”. Sulla base di un principio attribuito a San Cipriano e seguito nei primi dieci secoli della Chiesa, che recita: “ Ciò che riguarda tutti e ciascuno deve essere da tutti esaminato e approvato”. si è voluto riflettere insieme sulle problematiche e le sfide alle quali la parrocchia deve farsi attenta e dare risposte evangelicamente ispirate se vuole essere davvero “missionaria”. Non è bene, infatti, in una Chiesa popolo di Dio, che orientamenti di azione e decisioni importanti siano prese in solitudine da chi, insieme al carisma della guida, ha ricevuto anche il carisma del discernimento e della sintesi. Il Vescovo aveva chiesto infatti ai quattro Gruppi di lavoro dell’Assemblea di fornirgli, sulla base di schede appositamente predisposte e di quanto sarebbe emerso, indicazioni e suggerimenti ritenuti prioritari al fine di redigere un programma pastorale per l’anno. L’Assemblea che ha visto una notevole partecipazione di persone, laici soprattutto e operatori pastorali in particolare, ha lavorato con impegno e ha fornito al Pastore stimoli e proposte numerose. Il Consiglio episcopale dei Vicari di Zona e dei Responsabili degli Uffici e Centri pastorali della Diocesi, riunitosi il 3 ottobre, ha esaminato il materiale e scelto le iniziative più significative concentrandosi sulle più urgenti sotto il profilo dell’impegno pastorale. Da ciò è scaturito questo Documento programmatico che ora viene offerto alla Diocesi come “piattaforma” per il lavoro di approfondimento a livello diocesano e soprattutto zonale e quindi per la traduzione operativa d’impegno pastorale. Non si tratta di “novità”, ma di “modi pastorali” più volte evidenziati che chiedono però di essere riproposti con vigore per la loro decisiva importanza ai fini di una nuova evangelizzazione, e “sciolti” con più forte e rinnovata convinzione, con concorde impegno e –soprattutto- con viva speranza, fiduciosi nella potenza dello Spirito che il Risorto non fa mai mancare alla sua Chiesa.
Parte prima
La parrocchia: porta della speranza … a partire da un’icona biblica
Tutti conosciamo –penso- la suggestiva bellezza e il profondo significato del libro profetico di Osea. Si basa su una personale drammatica esperienza coniugale dello stesso profeta assunta a simbolo religioso dei rapporti tra Dio e il popolo ebraico. La travagliata vicenda personale viene così in certo senso trasfigurata in una parabola dell’amore fedele del Signore, al quale Israele risponde con l’infedeltà dell’idolatria bollata come prostituzione e adulterio. Di questo gravissimo peccato il giudizio di condanna che attraverso Osea Dio pronuncia verso il suo popolo, alla fine del libro soprattutto, si apre alla speranza: se Israele si convertirà dalla sua iniqua condotta, Dio risponderà con la sua grazia e il suo amore e la gioia inonderà tutta la terra (cap. 14). Un annuncio del ribaltamento della situazione lo si trova già al cap. 2, nel quale Dio auspicando un ritorno alla primitiva fedeltà giurata da Israele ai piedi del Sinai nel “giorno dell’assemblea” (cfr. Dt 4,10) pronuncia questo oracolo alla sua “sposa”:
“Allora le restituirò i suoi vigneti e farò della valle di Acòr la porta della speranza. Là ella canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. In quel giorno io farò per loro un’alleanza… Io ti unirò a me per sempre; ti unirò a me per sempre; ti unirò nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore; ti unirò a me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.” (Os 2, 16-17. 20-22)
Queste parole risultano particolarmente suggestive e illuminanti. Il Dio di Gesù Cristo, nella risurrezione del suo Figlio, con cui ha “consumato” le nozze fatte con l’umanità inaugurate con il mistero dell’incarnazione, ha fatto e vuole fare nuove tutte le cose. Al popolo che ancora oggi attraversa il deserto e sperimenta la contraddizione tra i segni di vicinanza che Dio gli offre, per indicargli il cammino e sostenerlo verso la pasqua eterna, e la sua risposta di infedeltà, Egli dà un annuncio di consolazione: trasformerà la “valle di Acòr” in porta della speranza. Questa valle, identificata a sud di Gerico, che etimologicamente significa “valle della disgrazia” o della sfortuna, assume particolare significato se si tiene conto del racconto contenuto in Giosuè 7, 25-26 nel quale essa è legata all’agire malvagio di Acan, protagonista del primo peccato di disobbedienza a Dio commesso da Israele nella terra promessa. La riflessione su questo testo e soprattutto la sua attualizzazione consentono di riconoscervi un messaggio anche per la Chiesa, nuovo Israele, che vive nell’oggi. La “valle di lacrime” che essa attraversa, abitata purtroppo da tante persone in difficoltà, colpite da disgrazia, da infermità e infedeltà, smarrite o in preda alla paura e nella quale sono tuttavia presenti i “semi del Verbo”, è stata già raggiunta e trasformata in giardino dall’annuncio e dal dono della speranza costituiti dall’evento di Cristo crocifisso e risorto. E’ questa la “bella notizia”, il “Vangelo” della consolazione e della gioia. Occorre però una porta per accedervi e farne l’esperienza. Come non pensare alla Chiesa, comunità di risorti e dei testimoni della risurrezione che genera alla vita i “risorti”? E in particolare a quella porzione di Chiesa che si incarna e si fa presente tra gli uomini, pellegrini in un determinato luogo e tempo, qual è appunto la parrocchia? E’ in questa prospettiva che è chiamata ad essere casa della speranza.
Il carattere “popolare” della parrocchia
“Il futuro della Chiesa italiana non può prescindere dalla parrocchia. La Chiesa ha bisogno di un luogo che generi la fede nel quotidiano della gente… Questa certezza non è un cedimento ad una visione romantica di un passato che non c’è più; non è il tentativo nostalgico di affermare una Chiesa che sembra invece al tramonto; è invece l’affermazione convinta di una figura di Chiesa che vede nel suo carattere popolare e diffuso tra la gente un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo”. Così affermava Mons. Corti, Vescovo di Novara, nella sua relazione all’Assemblea generale della CEI tenuta ad Assisi nel novembre del 2003. Questo “carattere popolare” si è mantenuto da noi diversamente da altri paesi europei. E ciò nonostante i grandi contraccolpi causati prima dalla secolarizzazione e poi dai complessi fenomeni della post modernità. La parrocchia infatti rimane la “figura” più conosciuta della Chiesa per le sue caratteristiche di vicinanza, di accoglienza, di dialogo e di servizio alla gente. Non perché offre servizi burocratici ma perché approdo e punto di riferimento per l’incontro umano, per una molteplicità e varietà di relazioni tra le persone a cui si apre; ma soprattutto perché porta d’ingresso –come si diceva sopra- all’esperienza della fede e della vita cristiana di molte persone che altrimenti si sentirebbero escluse, inadatte o incapaci se messe di fronte a forme di vita cristiana più forti e identitarie, come sono invece alcuni movimenti e gruppi ecclesiali. La parrocchia, un po’ dappertutto in Italia, fa del quotidiano e del provvisorio il “luogo di scambio” della fraternità, della solidarietà e soprattutto dalle fede e dalla carità, come pure il “terreno di annuncio” dell’evento cristiano, che si concentra tutto su Cristo crocifisso e risorto e su come diventare e vivere da discepoli. Questo carattere popolare è dunque paradossalmente forza e debolezza insieme della parrocchia.
E’ una forza perché non solo facilita ma spinge la comunità a “trovare se stessa fuori di se stessa”, secondo una bella e nota espressione di Giovanni Paolo II; la “costringe” in certo modo a farsi attenta alla gente del territorio in cui vive, a lasciarsi inquietare dalle sfide e dalle domande, talora anche inespresse, delle persone; a farsi compagna di tutti per offrire a tutti la parola della consolazione e i gesti della compagnia. In una parola ad assumere un volto e uno stile missionari, come ampiamente descritti e motivati nella “Nota pastorale” dei Vescovi italiani del 2004.
In certo senso però può essere anche una debolezza. Lo spirito di accoglienza che occorre sempre adottare nei confronti di tutti deve coniugarsi con un sapiente discernimento nei confronti delle persone che bussano alla sua porta. Certamente occorre sempre disponibilità e capacità di ascolto e di dialogo ma in rapporto alle situazioni diverse a cui oggi ci si trova facilmente davanti. Altro è chi chiede di essere ascoltato e aiutato in un frangente difficile ovvero in un momento di crisi o di bisogno; altro è chi pretende di avere “sconti” facili, in occasione della celebrazione o della preparazione ad un sacramento ovvero ad una proposta di vita cristiana ritenuta non solo e non tanto ardua (solo perché evangelica!) ma soprattutto “scomoda”. Il rischio di un’eccessiva tolleranza, per non compromettersi, in casi del genere è debolezza e talvolta tradimento delle istanze del Vangelo e di quanto il Magistero della Chiesa ci chiede. Coniugare insieme la fedeltà alla parola di Dio (anche quella autenticamente interpretata dal Magistero) con la fedeltà all’uomo; la proposta di fede nella sua integrità con una risposta modulata nei tempi e nelle forme, ma comunque sempre seria e impegnativa è oggi una difficile sfida da affrontare, tenuto conto della diversità delle situazioni e del pluralismo che esiste, anche all’interno della comunità dei battezzati.
Una casa della speranza per tutti
Il progetto pastorale diocesano, varato a seguito della visita pastorale conclusasi nel 2000, Anno giubilare dell’incarnazione, ci chiede di “costruire la Chiesa” qui ed oggi. In questo orizzonte si colloca anche il programma dell’anno pastorale appena iniziato sul tema: “La parrocchia casa della speranza”. Ci si chiede: cosa significa e comporta concretamente far sì che ogni nostra parrocchia, pur nella diversità di condizione socio-culturale, di consistenza numerica, di esperienze di fede diversificate, sia veramente una “casa della speranza”? Tentare di approfondire questa affermazione nel suo più profondo e vero significato (almeno per quanto attiene ad alcuni tratti importanti), come pure nelle sue implicazioni di carattere operativo, è fondamentale. Consente, tra l’altro, di tradurre in concretezza l’istanza missionaria che deve muovere e qualificare oggi la parrocchia; come pure di puntualizzare alcuni impegni particolari e ambiti pastorali di servizio, ritenuti prioritari particolarmente nella nostra situazione.
· Ci chiede anzitutto che le nostre parrocchie siano e/o diventino sempre più una vera casa. Nel linguaggio biblico, sia dell’Antico come del Nuovo Testamento “casa” è spesso sinonimo di “famiglia”. Ciò è vero anche nel modo semplice e popolare di esprimersi, nel quale, ad esempio, “mettere su casa” corrisponde a “creare una famiglia”. La parrocchia dunque è una famiglia e tale deve diventare e mostrarsi a tutti. Famiglia del resto è uno degli appellativi e immagini attribuiti alla Chiesa in generale, come pure ad ogni assemblea liturgica, chiamata talvolta appunto “famiglia di Dio”. Lo si desume ancora dal n. 6 della “Lumen gentium” che enumera le immagini della Chiesa in base a quanto risulta dalla Rivelazione, dalla Scrittura cioè e dalla genuina Tradizione ecclesiale. “Famiglia” dice intreccio di relazioni vere e durature, dice unità nella varietà e integrazione dei ruoli che la caratterizzano al suo interno e in rapporto ai compiti e agli obiettivi comuni da perseguire. In una parola per noi dice comunione. Una comunione che è anzitutto “dono” che viene dall’alto e quindi -di conseguenza- compito e “impegno” da portare avanti con le risorse umane di ciascuno, ma soprattutto con le “energie” dello Spirito costituite, come sappiamo, dalla parola ascoltata e vissuta, dalla preghiera e dai sacramenti celebrati, primo fra tutti l’Eucaristia e dalla carità espressa nell’amore vicendevole destinato a tradursi anche nella partecipazione, nella collaborazione e nel servizio. Affermazione, questa, che rimanda ai due noti “sommari” con i quali gli Atti degli apostoli descrivono la prima comunità apostolica di Gerusalemme (2,42-47; 4, 32-35).
· Ne deriva -come naturale esplicitazione- che la parrocchia è casa abitata dallo Spirito. Anche questa è una “icona” di sapore biblico. Fa esplicito riferimento, anzitutto, alla I lettera di Pietro nella quale egli parla della Chiesa come “edificio spirituale” (cfr. 2,3). Questo aggettivo va inteso nel suo significato più esplicito e forte. Lo Spirito, infatti, ne è come l’anima, cioè il principio vitale; il “clima” nel quale le è dato di respirare e quindi di muoversi. E’ il “soffio” che anima tutti e ciascuno di coloro che la abitano, li unisce in comunione con Dio per mezzo del Signore e tra loro, in fraterna comunione, come le membra nel corpo (cfr. I Cor 12, 4 ss.); li fa nuove creature, liberi e fedeli in Cristo, perché dove c’è lo Spirito c’è libertà (cfr. 2 Cor 3,17) mettendo in fuga ogni paura e vinta ogni schiavitù. Lo Spirito poi è all’origine della vocazione di tutti e di ciascuno, dei carismi e quindi dei ministeri o servizi che caratterizzano la comunità e la rendono vivace e operosa. Vanno, perciò, da chi la guida, riconosciuti, valorizzati e armonizzati nel loro esercizio in vista della edificazione e della comune utilità (cfr. I Cor 12,7; 14, 12) orientati alla missione ecclesiale, in spirito di autentica partecipazione e di fraterna collaborazione. In una parola: è la presenza e l’azione dello Spirito che fa della parrocchia una casa in cui si è chiamati a vivere, e non un “museo” in cui si custodiscono reperti del passato ovvero in un ufficio di informazioni o di servizi burocratici…
· Finalmente la parrocchia è una casa aperta a tutti e verso tutti. L’icona biblica di riferimento, a proposito, non può che essere quella escatologica della Gerusalemme celeste descritta dall’Apocalisse alla quale la Chiesa pellegrina deve guardare per modellarsi su di essa e divenirle sempre più conforme fin d’ora: una città -se si vuole anche una casa- con dodici porte aperte verso i quattro punti cardinali del mondo (cfr. Ap 21,12). Questa suggestiva immagine è forse quella che rispetto alle precedenti meglio dice “l’apertura missionaria” della parrocchia, su cui oggi tanto s’insiste. Non staremo qui a ripetere quanto già ampiamente sottolineato nella già ricordata “Nota pastorale” della CEI sulla parrocchia e ciò che l’anno scorso io stesso ho scritto nel documento programmatico “La parrocchia comunità eucaristica e missionaria”. Qui mi preme fare soltanto due sottolineature che scaturiscono spontaneamente dal significato che assume il fatto di quelle porte spalancate sul mondo. La porta serve per entrare e per uscire. Ingresso e uscita dicono due aspetti integranti della missione della parrocchia; ambedue da tenere presenti e realizzare, specialmente se si coglie tutto il senso e lo spessore dell’affermazione relativa alla parrocchia come “casa di Dio tra le case degli uomini” e quindi “porta della speranza” a cui si è fatto cenno all’inizio del capitolo.
- Parrocchia dunque anzitutto spalancata sul territorio per accogliere coloro che per qualsiasi motivo bussano alle sue porte, fosse anche per una banale informazione, per chiedere un servizio religioso, per esporre un problema, confidare un bisogno, cercare un aiuto di qualsiasi genere. E’ in situazioni del genere che acquista spessore l’esortazione della prima lettera di Pietro che chiede di essere “pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con la retta coscienza” (3, 15-16). Non si insisterà mai abbastanza sul valore e quindi sull’importanza decisiva dell’incontro “da persona a persona”, anche in ordine all’evangelizzazione e quindi ad una ripresa dell’esperienza di fede. L’accoglienza attenta e cordiale dell’altro, l’attenzione paziente alla domanda posta o al problema che viene esposto, la serenità nell’aprire un dialogo, senza dare segni di fastidio evitando attentamente anche ogni reazione di noia o peggio di rifiuto, il coinvolgimento personale; sono tutte o possono diventare forme autentiche di pre-evangelizzazione che, se realizzate in condizioni psicologiche favorevoli in un clima e in un ambiente idonei, possono aprire facilmente la strada ad un annuncio esplicito e organico di Cristo e quindi a percorsi di riscoperta e/o approfondimento della fede e dell’ esperienza cristiana. Ricordo sempre quanto mi disse P. Häring, il noto teologo moralista ed esperto al Concilio una volta che gli confidai la mia difficoltà di giovane parroco ad annunciare il vangelo in una realtà –qual era quella in cui vivevo- nella quale la preoccupazione principale era quella di risolvere i gravi problemi umani e sociali dell’ambiente, senza poter quasi mai parlare di Gesù Cristo: “In queste situazioni si può annunciarlo anche senza nominarlo –mi rassicurò- basta affrontare i problemi e tentare di risolverli da cristiani”.
- Casa della speranza, la parrocchia però deve avere le porte spalancate soprattutto per “uscire” e “andare verso” la gente cioè sui crocicchi e per le strade come ricorda il Vangelo (Mt 22,9) per poter conoscere quanti vivono e come nel territorio in cui è radicata, per mettersi in ascolto delle loro domande, per aprire occhi e cuore sulle loro fragilità, chinarsi con amore sulle loro ferite, ecc. Questa è la missione! Si scopre così l’importanza del territorio non come un perimetro giuridico ma come spazio di umanità nel quale concretamente incarnare Cristo; campo e terreno nel quale seminare la parola del vangelo perché cresca e porti frutto, anche se tra la zizzania e le erbacce dell’egoismo, della violenza, dello smarrimento, delle paure e delle angosce che oggi lo caratterizzano. La parrocchia dunque non può chiudersi e ripiegarsi in se stessa, ma deve misurarsi e lasciarsi sfidare dal territorio; ha bisogno di esso perché è proprio su questa dimensione che è chiamata a mostrare il suo volto di serva di Dio e di serva dell’uomo, la sua identità comunionale e missionaria, una casa aperta a tutti. Ecco il compito arduo ma esaltante che ci attende: fare della parrocchia una “patria interiore” per tutta la gente, come ha affermato Benedetto XVI a Monaco, durante la celebrazione eucaristica del 10 settembre u.s. Seconda parte
“Organizzare” la speranza
Perché e come
· Quello che si è cercato di delineare, anche se a grandi tratti e richiamando affermazioni forse già note, ma dalle quali non si può prescindere, va considerato il quadro di riferimento da cui trarre ispirazione e l’orizzonte generale nel quale collocarsi, per far emergere e giustificare gli orientamenti pastorali di cui appresso, che è quanto dire per dare concreta attuazione, nella nostra prassi pastorale, alle implicazioni e alle spinte che devono caratterizzare l’agire ecclesiale comune.
E’ questo il passaggio più difficile. Passare dal momento nel quale si riflette sul “che fare” e “perché” al “come fare” è sempre arduo e si possono incontrare non pochi ostacoli e di diverso genere. Mentre da una parte, ad esempio, si afferma la necessità di una “progettualità”, s’incontrano spesso, soprattutto tra noi pastori allergia e resistenze perché è una prassi che sembra non pagare, almeno immediatamente. Eppure la mediazione metodologica è fondamentale. Certamente i punti valoriali e le istanze di riferimento sono imprescindibili, ma da soli quasi mai sono sufficienti per orientare l’azione. Le difficoltà talora sono determinate anche da motivi che hanno un qualche reale fondamento. Ad esempio: povertà o inadeguatezza di operatori, scarsità (se non assenza totale) di strutture e di mezzi disponibili, ecc. Quella però più preoccupante e paralizzante è però la difficoltà che nasce non raramente da una sorta di inerzia o pigrizia mentale, tipica di chi istintivamente resiste di fronte alla fatica e all’impegno personale che sono richiesti per un cambiamento di stile e di prassi pastorale, nel quale si esigono non solo adesione cordiale e convinta a valori di riferimento, ma anche competenza, dedizione, capacità di adattamento, buon senso e -soprattutto- l’autentica “carità” del buon pastore. E’ la “conversione pastorale” alla quale ci stanno ripetutamente sollecitando i Vescovi nei loro più recenti documenti.
· Dopo aver cercato di mettere a fuoco senso e portata dell’affermazione: “la parrocchia è e deve diventare sempre più casa della speranza”, è necessario però organizzare questa speranza. Cosa si vuol dire con questa espressione? Da un profilo generale si tratta di dare risposte concrete alle attese e invocazioni di speranza che salgono oggi sia da coloro che all’interno delle nostre comunità chiedono di fare un’esperienza di fede e di vita cristiana più autentica e seria, anche se talora tra contraddizioni e fatiche; sia soprattutto da coloro che “sono fuori” e cioè in essa non si riconoscono e quindi considerati “lontani” e nei confronti dei quali siamo comunque debitori dell’annuncio evangelico e della testimonianza di Cristo risorto. L’Assemblea diocesana si è articolata –com’è noto- in quattro Gruppi di interesse sui seguenti aspetti:
- La parrocchia, casa di Dio tra le case degli uomini (radicamento e interesse al territorio); - La parrocchia, casa dell’accompagnamento, della trasmissione e dell’educazione alla fede; - La parrocchia, casa della comunione e della corresponsabilità; - La parrocchia, casa aperta al mondo della famiglia e dei giovani.
Dallo scambio sono emersi alcuni interessanti orientamenti per l’azione pastorale. Tra questi faccio emergere e propongo i più importanti e ritenuti perciò prioritari e li affido all’ulteriore riflessione nelle Assemblee zonali dei prossimi mesi, agli incontri periodici del presbiterio già fissati nelle date del 14 novembre 2006; 16 febbraio 2007; 13 marzo 2007; 4 aprile 2007; 15 maggio 2007. Come pure alle diverse iniziative formative promosse dai Centri pastorali e Uffici, affinché siano tradotti in atto.
I. Opzioni da ribadire e impegni da rinnovare
Dai lavori svolti nei Gruppi, seppure da specifici punti di vista e con diverse sottolineature, sono emersi con forza due impegni che costituiscono il presupposto da cui non si può prescindere e la condizione senza la quale non è possibile realizzare una pastorale di evangelizzazione e di edificazione ecclesiale ispirata e aperta alla speranza che non delude. Si tratta di due scelte di per sé già fatte, almeno in teoria, ma che occorre ribadire e tradurre più concretamente nella prassi.
1. Anzitutto la priorità della formazione degli Operatori pastorali, pastori e fedeli. Una formazione solida, integrale e permanente è base imprescindibile anche per dare forma e corpo al “vangelo della speranza” che la parrocchia deve vivere al suo interno e portare a coloro che abitano nel territorio. Il nostro “progetto pastorale” Costruiamo la Chiesa lo aveva già evidenziato con chiarezza (pag. 87 – 88) e anche la lettera pastorale Cristo nostra speranza lo aveva ribadito. Nonostante tante iniziative poste in cantiere, anche con successo, in questo campo molto ancora resta da fare. Anzitutto perché tutti se ne convincano e soprattutto vi si impegnino con serietà e con continuità. Capita, infatti, anche a riguardo, che si parta con interesse, anzi con entusiasmo, e poi ci si stanchi. Talvolta la stanchezza e la diserzione possono dipendere dal poco mordente con cui si presentano gli argomenti. Per quanto dipende da noi, faremo del tutto per ovviare all’inconveniente. In merito all’urgenza e alla qualità della formazione mi preme fare alcune sottolineature:
· Non si può chiedere ad alcuno dei nostri laici volenterosi -soprattutto donne- di farsi carico dei vari compiti ecclesiali, particolarmente quelli che hanno come obiettivo l’educazione alla vita cristiana e la ministerialità nei suoi diversi ambiti, senza assicurare loro una adeguata preparazione. Guardiamoci dall’improvvisazione e da una sorta di “manovalanza” che non produce esiti positivi, ma spesso obbedisce alla logica del “tappa buchi”. A cominciare dai bambini e ragazzi oggi le persone esigono giustamente preparazione seria sia sotto il profilo dei contenuti che del metodo.
· Non va dimenticato -e nel recente Consiglio episcopale è stato ribadito- che tre sono i livelli di questa formazione, se rivolta ai fedeli laici. Anzitutto quello “parrocchiale”. Ogni parroco deve sentirsi interpellato e curare in prima persona la formazione prima ed elementare degli operatori che sono impegnati nei vari settori dell’azione pastorale. Lasciarli in balia di se stessi è grave omissione: vanno seguiti, incontrati periodicamente, ascoltati, incoraggiati e sostenuti nel loro impegno, come pure orientati e stimolati ad una formazione più robusta e completa. Questa va promossa e garantita in modo particolare a livello “zonale” o interparrocchiale. Considerata la mappa della nostra realtà diocesana c’è da riconoscere che non tutte le nostre parrocchie sono in grado di disporre di personale e mezzi per garantire una formazione adeguata; la scelta zonale però si motiva soprattutto per favorire e concretizzare quella “pastorale d’insieme” che ha nella zona il suo centro e cardine, come da tempo andiamo ripetendo. Ne è responsabile e animatore il Vicario di zona, con la collaborazione del presbiterio zonale. Anche le iniziative formative promosse dai Centri pastorali per gli operatori nei diversi settori hanno qui la loro sede naturale. Finalmente, va ricordato il livello “diocesano” garantito non solo dai sussidi predisposti dal Vescovo e dai Centri diocesani, ma soprattutto dalla Scuola di Formazione Teologica, da alcuni anni decentrata nelle due sedi di Sora e di Roccasecca, per facilitare la presenza del maggior numero possibile di frequentatori. Dopo un ciclo di base svolto negli scorsi anni, la Scuola va orientandosi per una proposta formativa, che potremmo definire di perfezionamento o di specializzazione, con corsi monotematici attinenti al programma annuale e/o aperto a problematiche d’interesse teologico e pastorale di attualità. Mi permetto di segnalarla e raccomandare caldamente agli operatori più sensibili che hanno già una preparazione di base e desiderano crescere ulteriormente. Ai parroci è stata fatta recapitare una circolare, a riguardo, che chiedo di portare a conoscenza dei loro fedeli incoraggiandoli ad aderire all’iniziativa.
2. Il secondo impegno, unanimemente riconosciuto come prioritario è quello relativo ad una pastorale integrata. Su questa si è particolarmente soffermato il III Gruppo dell’Assemblea. Con questa espressione coniata di recente e con sempre maggiore frequenza presente nei documenti pastorali del Magistero, s’intendono due aspetti distinti che si richiamano a vicenda. Ambedue sono emersi nei Gruppi.
a) Anzitutto integrazione tra operatori pastorali, siano essi presbiteri e quindi parroci, siano fedeli che svolgono i vari servizi. Se è vero che nessun uomo è un’isola in forza della natura relazionale della persona, tanto più questo è vero per coloro che, animati dal medesimo Spirito, sono da lui arricchiti di doni e compiti diversi destinati a fondersi nell’unità di un solo Corpo per il bene di tutti e della missione a cui la Chiesa è inviata. In questi anni non sono pochi i passi compiuti in tale direzione. Ne ringraziamo Dio, dal quale proviene ogni dono, con la conseguente presa in atto della risposta (anche se non facile per varie ragioni) di molti. Occorre però andare avanti, favorendo le opportunità che ci si offrono, non solo a livello parrocchiale ma soprattutto interparrocchiale e zonale. A volte anche la morte o l’invecchiamento di un parroco possono essere occasione per stimolare e favorire questa comunione e collaborazione, garanzia certa di un lavoro più organico e fruttuoso, com’è avvenuto recentemente anche a Sora.
b) L’integrazione tra i soggetti pastorali è però base e presupposto di quella tra le persone e i servizi di più parrocchie insieme. Con il termine parrocchia “autoreferenziale”, oggi ricorrente, non s’intende solo quella che esaurisce tutto il suo impegno all’interno di una pastorale del culto e delle devozioni, tesa quindi ad assicurare il già “dato” e il “sempre fatto” con una pastorale chiusa o di conservazione, ma anche quella che presume da sola di far fronte alle sfide della missione. L’indirizzo che ho dato alla Diocesi è ben diverso. L’ho espresso chiaramente nella “Nota pastorale” dell’anno scorso: Per una pastorale d’insieme a livello interparrocchiale, dove ho esposto i fondamenti ecclesiologici e gli obiettivi concreti di questo impegno. Ad essa rimando; sottolineo però da una parte con soddisfazione i tentativi avviati e, dall’altra, chiedo di abbattere con coraggio le barriere e le resistenze che permangono, sia tra i pastori che tra i fedeli; non escluse quelle che provengono dalle Autorità politiche locali che per interesse di parte o per altri motivi di prestigio o di attaccamento ad una tradizione, non riescono ad accettare, ad esempio, l’unificazione di due parrocchie nella persona di uno stesso parroco.
II. Altre proposte relative agli ambiti affrontati in Assemblea
Arrivati a questo punto mi corre l’obbligo di riferire e proporre indicazioni e suggerimenti più particolari e specifici maturati all’interno dei singoli gruppi d’interesse. Si presentano come ulteriori determinazioni meritevoli di attenzione e coinvolgimento nell’agire, a completamento di quanto già segnalato.
1. La parrocchia, casa di Dio tra le case degli uomini
Nell’ottica del primato da attribuire alla missione, questo aspetto era il più importante e il più urgente ma anche il più difficile da esporre. La parrocchia (che non può identificarsi con il parroco, ma nella quale il suo esempio e insegnamento a riguardo sono determinanti) deve farsi più “prossima”, perché la gente scopra che il Vangelo è una proposta di vita e quindi senta più vicini ai suoi problemi coloro che la vivono. Occorre perciò attrezzarsi per rispondere alle varie forme di fragilità e ai bisogni e attese emergenti nel territorio, per essere così testimoni del Risorto, speranza del mondo.
Le proposte:
· Usufruendo delle risorse messe a disposizione dalla CEI per gli interventi caritativi, con il contributo da chiedere anche alle comunità opportunamente sensibilizzate allo scopo, si costituisca –almeno in ogni Zona pastorale- un “Centro di ascolto” dei bisogni del territorio, nel quale sia istituito un apposito Osservatorio per tentare di monitorare scientificamente le situazioni di fragilità e le emergenze ed offrire le risposte più adatte. · Ci sia in ogni Zona pastorale un Direttore-Animatore di questo Centro. Siano valorizzate per questo ufficio i laici, con particolare riguardo ai diaconi permanenti, prevedendo per tutti costoro un percorso formativo anche tecnico, che comporti l’abilitazione a programmare, animare e coordinare tutta l’attività. · Nelle parrocchie, soprattutto quelle con un territorio più ampio, si pensi alla formazione di un gruppo di accoglienza da collocare in spazi adatti utilizzando anche operatori sensibili al dialogo e disposti. Si possono così offrire momenti preziosi per un “primo annuncio” del Vangelo ai cosiddetti “lontani” L’ascolto e la risposta ai bisogni immediati determinati dalla povertà materiale, come pure dal vuoto interiore, dallo smarrimento e dalla solitudine possono diventare occasione per aiutare quanti ne sono vittima a scoprire il significato più profondo delle domande che pongono e aprire così la via a ciò che la Chiesa vuol donare come grazia di salvezza. · Anche i Centri di ascolto della parola di Dio che raccolgono persone di un caseggiato o di uno stesso quartiere e si promuovono in varie nostre parrocchie, specialmente nei tempi forti dell’anno liturgico o in altre particolari circostanze, se bene organizzati e ben gestiti da animatori competenti e sapienti, sono assai utili per l’evangelizzazione. Purché non si risolvano in occasioni di critica, di dibattito sterile ma siano momenti di iniziazione all’ascolto della parola di Dio e alla preghiera, soprattutto per coloro che vogliono diventare cristiani adulti.
2. La parrocchia, casa dell’accompagnamento e dell’educazione alla fede
“Accompagnamento” ed “educazione” sono due parole chiave per dare senso pieno alla comunicazione della fede, soprattutto alle generazioni più giovani, e ci consentono di scoprire la “novità” del processo formativo alla vita cristiana, che non può prescindere dalla trasmissione dei valori che fanno parte della tradizione e del nostro patrimonio di fede e di cultura. L’educazione attraversa oggi una stagione di “debolezza” sia per la cultura che si respira, di stampo tecnicistico e pragmatico, sia per le difficoltà che s’incontrano nel reperire educatori capaci di appassionarsi a questo compito e svolgerlo con competenza e amore e con uno stile di compromissione personale che chiama in causa la coerenza di vita con ciò che si insegna. La comunicazione del messaggio cristiano finalizzata alla fede e alla vita in Cristo e nella Chiesa, da aprire sempre alla speranza, non può prescindere dal contesto e dalle sfide appena evocati, perché è proprio su questo fronte che si gioca il futuro, specialmente dell’iniziazione cristiana e della catechesi. Il gruppo di interesse che ha lavorato su questo ambito non si è sottratto al suo compito. Ecco le proposte emerse, da ritenere impegni da portare avanti.
· L’identità e i compiti di chi si assume per vocazione o/e per libera scelta il servizio della comunicazione e dell’educazione alla fede devono sempre più conformarsi al modello dell’accompagnatore di cui resta prototipo Gesù Risorto e il suo comportamento con in discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24, 13 ss). Non si esauriscono dunque nell’insegnamento, tanto meno di una “dottrina”, ma vanno ben oltre, per abbracciare il farsi compagni attenti e solidali, testimoni e annunciatori di un messaggio che è in grado di scaldare il cuore e cambiare la vita; esperti in umanità e quindi capaci di far emergere il meglio di ciò che uno ha dentro; commensali nel banchetto della vita, aperti perciò alla comunione e alla condivisione.
· Questo è l’ “identikit” di coloro che si pongono a servizio della fede di altri, come ad esempio preparare i genitori al battesimo dei propri figli, curare l’iniziazione cristiana dei fanciulli o il cammino di crescita nella fede dei giovani e in particolare di quelli che si preparano al matrimonio. L’itinerario di tutti costoro –e di conseguenza il loro accompagnamento- non può esaurirsi in incontri occasionali o in “corsi” di carattere informativo o esortativo. Occorre trasformarli sempre più in veri “percorsi” di fede, finalizzati ad una riscoperta del messaggio cristiano (nei suoi più autentici ed essenziali contenuti) e in esperienze forti di vita cristiana sia sotto l’aspetto personale che comunitario.
· Questo servizio di accompagnamento non si improvvisa, richiede invece una formazione adeguata come già evidenziato. Qui si vuole sottolineare qualche ulteriore istanza che si rivela di un certo peso. Il compito dell’accompagnatore non s’improvvisa e prevede almeno due stadi. Quello di chi si prepara a compierlo (in genere persone volenterose ma inesperte e talora assai giovani). Occorre particolare attenzione per chiarire a costoro obiettivi da perseguire, contenuti da trasmettere e stile (o metodo). E’ un cammino che esige del tempo e un tirocinio guidato. L’altro stadio è quello di coloro che già compiono questo servizio. Ad essi bisogna offrire i supporti necessari e garantire una formazione permanente che è dovere serio di coscienza. Le iniziative, gli strumenti e le occasioni che la Diocesi mette a disposizione allo scopo sono diventati sempre più numerosi e qualificati. Sono perciò da valorizzare. C’è un’ulteriore sottolineatura da fare. L’accompagnatore non può mai presumere di sè, fare di testa propria. C’è un “progetto catechistico” a cui attenersi e quindi da attuare e portare avanti “insieme”, in équipe con gli altri. Proprio perché ha ricevuto un “mandato ecclesiale” egli deve agire ecclesialmente. Questo comporta anzitutto essere e sentirsi sempre in comunione con coloro che lo Spirito santo ha posto a guidare la Chiesa (cfr. Atti 20,20), restare fedeli al loro magistero; ma implica anche agire “in rete”, come oggi si dice, in sintonia cioè con tutti gli altri operatori pastorali della comunità per realizzare così una pastorale “sinfonica”, bene integrata e unitaria, come si diceva sopra.
· Un’attenzione particolare va riservata, nell’accompagnamento dei bambini e dei ragazzi, ai genitori e alla famiglia. E’ un’istanza continuamente riproposta, ma non facile da tradurre in atto, per la mentalità diffusa della “delega” che s’incontra spesso nell’educazione; ma anche per obiettivi ostacoli che si frappongono nella cultura odierna determinati dai ritmi del lavoro e dalla priorità data ad altri impegni. La situazione di diffuso assenteismo da parte delle famiglie, spesso lamentata, si va faticosamente e gradualmente modificando: lasciando spazio a forme di coinvolgimento che però non raggiungono tutti (es. incontri mensili paralleli a quelli dei ragazzi). Sono tentativi da potenziare e qualificare sempre più, specialmente in ordine ai messaggi che in queste occasioni si propongono, sperando contro ogni umana speranza.
· L’iniziazione cristiana, come processo formativo organico ha come destinatari e protagonisti insieme, sia i ragazzi che gli adulti e abbraccia annuncio e catechesi, esperienza graduale alla preghiera e celebrazione dei sacramenti,testimonianza e servizio della carità, da considerare anche quale “paradigma” a cui deve modellarsi tutta la pastorale, è una “scelta” fatta con chiarezza dai Vescovi italiani negli “Orientamenti pastorali” del decennio in corso. E’ difficile tuttavia tradurla in atto perché esige una “conversione pastorale” che rimette radicalmente in discussione mentalità e prassi del passato. In Diocesi si era tentata la costituzione di un gruppo per l’approfondimento e la sperimentazione, in rapporto alla nostra situazione. E’ un lavoro arenatosi per le ragioni già accennate. Occorrerà pazienza e coraggio per riprenderlo. Intanto un punto di questo progetto va riaffermato con particolare forza: riguarda il cammino richiesto dai documenti della riforma liturgica (es. Rito per l’iniziazione degli adulti) attualizzati alla situazione italiana con due “Note pastorali” della CEI. Ci si riferisce in particolare alla richiesta di diventare cristiani da parte di adolescenti-giovani e di adulti (in genere immigrati). Diventano casi sempre più numerosi. Si richiama l’attenzione dei parroci su quanto è prescritto: in queste situazioni i sacramenti vanno conferiti tutti e tre insieme, dopo un serio discernimento dei motivi che sono alla base della domanda e un itinerario di almeno due anni, nell’ultimo dei quali, durante la Quaresima, vanno celebrate le tappe previste (scrutini e consegne) in vista del conferimento dei sacramenti nella notte di Pasqua. Abbreviazione dell’itinerario senza un serio motivo (che deve essere approvato dall’Ordinario) come pure il conferimento del solo Battesimo, a cui si unisce talora la prima partecipazione all’Eucaristia, non sono consentiti e quindi vanno evitati. Dal momento che si tratta di casi limite e di situazioni dalle quali le singole parrocchie non sono quasi mai in grado di farsi carico seriamente, è necessario istituire al più presto un Centro o servizio diocesano per il catecumenato. Si dà mandato ai Centri pastorali interessati di predisporre allo scopo un “progetto” da presentare al Vescovo e al Consiglio presbiterale per la necessaria approvazione. Tale Centro potrebbe opportunamente diventare anche punto di riferimento per giovani e adulti che, in occasioni di celebrazioni sacramentali o per motivi personali, sono desiderosi di riappropriarsi più consapevolmente della loro fede.
3. La parrocchia, casa e scuola di comunione e di corresponsabilità
La Chiesa è comunione: l’icona biblica di riferimento più importante per cogliere la ricchezza e le implicazioni di questa affermazione è la Trinità. Essa è infatti –come già ricordato- un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, nel quale unità e diversità non costituiscono elementi contrastanti, ma unificanti nell’armonia e nell’amore. La Chiesa è anche Corpo animato dallo Spirito nel quale la varietà dei carismi e dei compiti o ministeri esprime e nello stesso tempo realizza l’unità nella diversità, con la distinzione e la complementarietà dei ruoli. Questo, fatte le dovute precisazioni, è e deve essere non solo vero e quindi “visibile” anche quando si parla della parrocchia, prima e fondamentale “articolazione”, funzionale ed organizzativa, della Chiesa particolare. E’ in quest’ultima che si incarna e si fa presente localmente la “cattolica” e ciò in forza della presenza dell’Apostolo. Per questo la Chiesa particolare (o Diocesi) è “struttura” ecclesiale non solo funzionale (come la parrocchia) ma teologico-sacramentale. Da questo dato della Rivelazione scaturisce –come naturale corollario- quello della ministerialità “diffusa” nella Chiesa (comunità quindi tutta ministeriale e chiamata a servire in base alle vocazioni e ai diversi doni conferiti a ciascuno) e quello della partecipazione e corresponsabilità di tutti nella vita e nella missione della stessa Chiesa.
Il terzo ambito si è soffermato su questa tematica. Ne sono risultati le proposte e gli impegni seguenti:
· L’Eucaristia fa la Chiesa e questa fa l’Eucaristia. Questa dunque è radice e cardine della comunità (cfr. Presb. Ord., 6); fonte e culmine della comunione e dell’evangelizzazione (cfr. Ad Gentes); luogo rivelativo ed educativo non solo della fede ma anche della ministerialità. S’impone allora di dar vita a celebrazioni, quelle domenicali soprattutto, serie, semplici e belle, nelle quali il modo di pregare, insieme ai segni liturgici, nutrano la fede, favoriscano l’unità, parlino alla vita, interpretino le attese più profonde e i problemi della comunità e del mondo intero. Occorre non dimenticare che la pedagogia della celebrazione, se opportunamente messa in risalto, educa e plasma, con le parole e i gesti rituali, una capacità di coinvolgimento che tocca l’interiorità e suscita partecipazione attiva e collaborazione. E’ importante tenerlo presente per evitare i rischi di una fede privatistica, intimistica e devozionale. Ci si chiede: il convergere di tutta la comunità (specialmente se di proporzioni modeste) in un’unica celebrazione parrocchiale non è forse la forma più significativa per una più autentica e piena comunione? In alcune diocesi (recentemente a Lucca) l’obiettivo è stato raggiunto. Si propone di mettere a fuoco il problema anche da noi.
· Va ribadito con vigore che il Consiglio pastorale è l’ambito privilegiato, e quindi insostituibile, per vivere la comunione, la collaborazione e la partecipazione, come conseguenza del dono del sacerdozio comune ricevuto nel battesimo e confermato nella cresima. Senza l’apporto dei laici il funzionamento degli Organismi parrocchiali sarà sempre povero e incapace di esprimere tutte le ricchezze potenziali della comunità cristiana. Per questo il Consiglio pastorale non va considerato organismo facoltativo o ridotto ad esistere solo sulla carta. Va costituito e fatto funzionare. Non basta crearlo: occorre lavorare sulla sua qualità, stabilendo criteri precisi che ne favoriscano la reale efficacia operativa. E’ quindi necessario che a parteciparvi siano persone mature, adulte nella fede, disposte a crescere nell’appartenenza ecclesiale e a prepararsi adeguatamente al compito della progettazione pastorale. Un Consiglio pastorale unico sia costituito tra parrocchie di uno stesso Comune ovvero vicine, soprattutto se di modeste dimensioni. A livello zonale si valorizzi sempre più, per il perseguimento dei medesimi obiettivi, l’Assemblea zonale che sta diventando una promettente realtà.
· La presenza dei Ministeri nella comunità parrocchiale è il miracolo della collaborazione, il costante superamento di un’accentuazione clericale, rivela la capacità di servire, attestando la missionarietà e la vivacità della parrocchia. Con una ministerialità più diffusa, a partire dal parroco, dai diaconi, (ministero da promuovere e qualificare sempre più) e da tutti i collaboratori in ogni ambito della vita liturgica e non, tutto dovrebbe condurre a manifestare la Chiesa. Il servizio offerto ai malati, ad esempio, attraverso il ministero straordinario della Comunione eucaristica, crea un legame di vera comunione con le persone che soffrono nel corpo e nello spirito, con la stessa parrocchia e nello stesso tempo è espressione di testimonianza nel portare Cristo ai malati e agli anziani; comporta un’autentica esperienza di conoscenza e di fede, d’amore e di gioia e da qui la più alta forma di collaborazione e di corresponsabilità.
· Una comunità che vive autenticamente la comunione, oggi soprattutto per ragioni anche contingenti (es. mancanza di preti), non può non aprirsi ad una dimensione più ampia a livello territoriale. Ci sono interventi pastorali che appartengono alla missione della Chiesa ed hanno un orizzonte più vasto della parrocchia: Caritas, scuola, sanità, lavoro, cultura, animazione del tempo libero, giovani, formazione famiglie, attenzione al disagio, ecc. Infatti questi bisogni colgono la libertà delle persone e diventano appelli ad una risposta pastorale diversificata, da cui la parrocchia non è solo stimolata, ma è anche chiamata soprattutto a superando il suo limite parrocchiale. Da una parte è bene ripensare l’essere parrocchia vincolato ad un territorio, inteso in modo rigidamente geografico, dall’altra è fondamentale immaginare percorsi nuovi e ripensare l’attività pastorale aperta al territorio. Potremmo così parlare di Parrocchie in rete e riconoscere che ogni comunità parrocchiale vive dello stesso mistero di comunione. E’ un’istanza già emersa. Studiarne la concretizzazione è compito del presbiterio zonale d’intesa con il Vescovo, e con la collaborazione dell’auspicato Consiglio pastorale interparrocchiale o zonale.
4. La parrocchia casa aperta al servizio della famiglia e dei giovani
L’attenzione che l’Assemblea pastorale ha voluto dedicare all’argomento, nell’orizzonte di una riflessione dedicata alla parrocchia come “casa della speranza” non è stata motivata da preoccupazioni estrinseche di convenienza o di semplice “programma”. Nella sua missione evangelizzatrice gli ambiti della famiglia e del mondo giovanile sono proprio quelli in cui s’infrangono molte speranze soprattutto per i credenti. La crisi in cui versa da noi la famiglia (impensabile se si fa riferimento alla sua tenuta fino a qualche decennio fa) e il disagio giovanile, nelle sue espressioni più drammatiche e inquietanti a partire dagli adolescenti, sono sotto gli occhi di tutti. Il superamento di una tale situazione domanda interventi sinergici che chiamano in causa tutte le istituzioni educative, sociali e politiche. Come Chiesa particolare ci si propone di affrontare più puntualmente il problema, a Dio piacendo, nel prossimo anno pastorale. Il gruppo tuttavia era stato pregato di fare un primo approccio ad esso, limitandosi a segnalare gli impegni prioritari che sono chiesti alla parrocchia se vuol essere “casa di speranza”, anche per coloro che vivono in questa condizione. Ecco le istanze, da tradurre in impegni.
1 – Per quanto attiene alla famiglia:
· E’ ormai irrinunciabile come già evidenziato sopra, una revisione radicale dei tradizionale Corsi di preparazione al matrimonio, spesso finalizzati unicamente agli attestati di partecipazione. E’ necessario promuovere in tutte le zone pastorali delle vere scuole di educazione alla fede, all’amore, alla vita e agli impegni cristiani, insistendo sulle dinamiche relazionali nella coppia e nella famiglia. · Mentre, all’insegna della speranza, si ricostituisce l’équipe diocesana di pastorale familiare, è necessario promuovere, nelle zone e nelle parrocchie più consistenti, dei gruppi familiari in cui si vivono esperienze di spiritualità e ci si conformi con testimonianze forti di vita cristiana. · Un’attenzione particolare va rivolta alle coppie e famiglie che sperimentano difficoltà di vario genere, non solo relazionali e di fedeltà coniugale ovvero di rotture prodottesi, ma anche di povertà, di disagio psicologico, di disoccupazione. Non sempre la parrocchia è in grado di risolvere tutto, ciò che conta è –come si diceva- l’attitudine all’ascolto e al dialogo, da portare avanti con apertura e competenza, nei “Centri di ascolto”, già evidenziati, con iniziative e strutture specifiche da realizzare anche in collaborazione con le Istituzioni e con l’ausilio del volontariato.
2 – Per quanto riguarda il mondo giovanile:
· Per colmare il vuoto pastorale del cosiddetto post-cresima e, comunque, delle fasce preadolescenziali e adolescenziali, si propone un ritorno agli oratori, che in altri contesti ecclesiali italiani si vanno recuperando come ponti tra la strada e la Chiesa. Alcune (poche in realtà!) esperienze in atto incoraggiano in questa direzione per i buoni risultati che si ottengono.
· Emerge la diffusa necessità di un accompagnamento spirituale e pastorale dei giovani. La Pastorale giovanile e vocazionale in Diocesi rileva in numerose occasioni la domanda di ascolto da parte dei giovani, ma le forze disponibili in questa direzione sono drammaticamente esigue. Non sarà il caso di cominciare ad indirizzare giovani sacerdoti, religiose, operatori pastorali verso luoghi di esperienze di formazione ai fini di questo accompagnamento?
· La Pastorale giovanile ha ormai da anni in Pontecorvo un riferimento fisico nella struttura del Centrogiovani. Si spera che al più presto possa essere attivata una struttura analoga in Sora, così che l’azione pastorale possa essere coordinata efficacemente tanto nel nord quanto nel sud della Diocesi. Da questi Centri dovrebbe ripartire un’attenzione più capillare verso il mondo giovanile che vive nel territorio. · Le forme associative tra adolescenti e giovani vanno sempre più favorite. Non solo quelle di ispirazione cristiana, prima fra tutte l’Azione Cattolica, ma anche quelle che li coinvolgono in attività volontarie di promozione umana e di servizio. L’esperienza dimostra, infatti, che l’esercizio dell’amore, nelle sue varie forme, spesso è via privilegiata per riscoprire la fede e per l’accesso ad una vita cristiana piena.
Conclusione
L’orizzonte che è venuto delineandosi, attraverso le pagine scritte e che sono purtroppo andate crescendo man mano che il discorso si sviluppava, è ampio, complesso e talora persino preoccupante per le tante “zone d’ombra” che presenta; al punto che potrebbe offuscare la nostra speranza. Ha offerto tuttavia e offre tanta possibilità di riflessione, forti stimoli non solo alla preghiera ma anche –e soprattutto- all’impegno. E’ vero che le istanze emerse sono reali e da tutti avvertite; come pure sono difficili da decifrare e da sciogliere le sfide e i problemi che si presentano. Si può facilmente incorrere nello scoraggiamento e in un atteggiamento di paralizzante impotenza. Eppure questo orizzonte è illuminato dall’evento di Cristo crocifisso e risorto che ha vinto e vince, dissipandole, le tenebre e le ombre, dando senso pieno e definitivo alla storia che talora le persone scrivono su righe storte, come pure alla vita di coloro che credono in lui e a lui si affidano. Il Risorto, che il Padre vuole diventi “cuore del mondo” agisce anche attraverso i suoi testimoni seppure fragili e poveri per numero e forze, per continuare a compiere meraviglie e fare nuove tutte le cose.
Da ciò scaturiscono i germi della speranza che vogliamo far maturare sempre più nella nostra realtà, anche se talora ci può sembrare “arida, deserta e senz’acqua”, come si esprime il salmo. Ne raccolgo qualcuno che è germogliato dal lavoro di seminagione che abbiamo cercato di fare in questi anni, perché ci sia di conforto e di stimolo per continuare a coltivare speranza per il futuro che ci si apre davanti. Il primo di questi germi mi sembra d’individuarlo nel cammino compiuto dalla nostra Chiesa e tuttora in atto, per far crescere tra noi la comunione e comunicare la fede in questo mondo che cambia. Il percorso compiuto e il frutto maturato, nonostante le difficoltà incontrate, le stanchezze e i ritardi sperimentati, ci dicono che non sono venuti meno il coinvolgimento di molti e la loro passione per far sì che il Vangelo, Parola di speranza, faccia la sua corsa e raggiunga più persone possibili, nonostante che gli araldi siano pochi e inadeguati.
Il secondo germe è costituito dall’esito positivo ottenuto e dagli sforzi tuttora in atto per ripensare il compito, la migliore organizzazione e il funzionamento della parrocchia, attraverso la pastorale d’insieme da ottenere con una più convinta e profonda sinergia tra parrocchie e una più stretta collaborazione tra gli operatori pastorali, pastori e fedeli; anche se tali sforzi, purtroppo sono ancora limitati, non ancora commisurati e rispondenti alle esigenze della nostra realtà. Ci autorizzano tuttavia a guardare con fiducia al futuro anche prossimo, in modo che gradualmente possano diventare prassi nuova per costruire la Chiesa-comunione.
Il terzo germe lo si può cogliere nel progressivo ma incoraggiante risveglio di quel “gigante addormentato”, quale era ritenuto il laicato fino a qualche tempo fa. Non solo la risposta alle istanze della formazione ma la massiccia ed attiva partecipazione di tanti fedeli laici, impegnati in un serio cammino di fede e nelle molteplici forme dell’azione pastorale, che abbiamo visto, ad esempio, all’Assemblea del 24 settembre u.s. ne è un ulteriore segno. Soprattutto se si tiene conto della consapevolezza e della maturità di cui hanno dato prova nel dialogo di ricerca e nella formulazione delle proposte. Tanto, dunque, è stato fatto. Ma anche questo tanto è un germe, una promessa di futuro; chiede di essere portato avanti e di potersi sviluppare concretamente attraverso il programma qui presentato. Per continuare così a sperare, sorretti dallo Spirito di cui il Risorto ci fa dono.
† Luca Brandolini Vescovo
Sora, 9 ottobre 2006 Solennità della Dedicazione della nostra chiesa Cattedrale XIII anniversario dell’inizio del ministero episcopale in Diocesi
Luca Brandolini
LA PARROCCHIA CASA DELLA SPERANZA
Linee programmatiche Anno pastorale 2006 – 2007
Sora 2006
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