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I Documenti del nostro Vescovo

Mons. Luca Brandolini


EUCARISTIA E SERVIZIO VINCENZIANO

 NELLA CHIESA PARTICOLARE

 

 

Introduzione

 

        Eucaristia e diaconia; Cena del Signore e lavanda dei piedi; frazione del pane e condivisione dei beni: il binomio si può esprimere in forme e parole diverse, sta di fatto – e ciò emerge sia dalla Rivelazione (Scrittura e Tradizione) sia dall’esperienza millenaria della Chiesa – che si tratta di due aspetti distinti ma non separabili del Mistero di Cristo e dunque della salvezza; di due momenti e forme strettamente connessi dell’esperienza cristiana personale ed ecclesiale.

 

L’intento della nostra riflessione è quello di motivare e approfondire questo rapporto, che non può darsi troppo sbrigativamente per scontato. Con due attenzioni: anzitutto quella, certamente più importante anzi decisiva, di fondarlo sulla Rivelazione che è quanto dire sull’esempio e l’insegnamento di Gesù, del Nuovo testamento, come pure dell’antica e genuina tradizione ecclesiale riscoperta dal Vaticano II. In secondo luogo vogliamo leggere questo legame intrinseco tra Eucaristia e diaconia, tra Cena del Signore e condivisione nella carità alla luce del nostro carisma vincenziano, cioè di quello “spirito” che ci chiama a dare uno specifico contributo alla vita e alla missione della Chiesa particolare.

 

·       Ad anno eucaristico appena concluso e a 40 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, singolare “passaggio dello Spirito santo nella sua Chiesa” (cf. SC, 43), unanimemente riconosciuto il più grande evento ecclesiale del secolo appena trascorso.

Il punto di partenza della nostra riflessione perciò non può non essere il documento (il primo!) dell’assise ecumenica dedicato alla s. Liturgia. Il riferimento è ad un’affermazione che è forse la più decisiva e la più nota, ripresa, arricchita ed esplicitata anche in altri documenti del Magistero, e dunque da ritenersi fondamento imprescindibile del nostro discorso.

L’Eucaristia – si legge al n. 10 - «è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore.

A sua volta la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei “sacramenti pasquali”, a vivere “in perfetta unione”; prega affinché “esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede”; la rinnovazione poi dell’alleanza di Dio con gli uomini nell’Eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa».

In altre parole: l’Eucaristia epifania-“mistero” della carità di Cristo, giunta fino all’estremo (Gv. 13,1) del dono di sé, per essere autentica e fruttuosa ha bisogno del “prima” e del “dopo”, del “ministero”, cioè del servizio della carità di coloro che sono e vogliono essere veri discepoli e testimoni di Cristo.

 

·           Anche se potrebbe apparire superfluo ritengo necessario precisare che cosa deve intendersi con il termine Eucaristia. Siamo eredi di una mentalità e di un linguaggio che identificava l’Eucaristia con la presenza “reale e sostanziale” di Cristo nel pane e nel vino consacrati e con la comunione eucaristica. Basta ripensare alla famosa definizione del Catechismo di S. Pio X per convincersene. Naturalmente anche S. Vincenzo nei suoi scritti risente di questa concezione che è vera (fuori discussione) ma non è tutto. Non dice l’aspetto prioritario e più importante che è per così dire fondamento della presenza e della comunione. Questo è l’Eucaristia come “azione”, ovvero come celebrazione.

In questa prospettiva unitaria e globale del Mistero eucaristico fondata sulla Tradizione, riscoperta della teologia recente,  l’Eucaristia è il “sacramento del sacrificio pasquale di Cristo”.

-        E’ una celebrazione rituale ovvero una azione conviviale (cena del Signore) nella quale si fa memoria attualizzante del sacrificio di Gesù attraverso parole e gesti di valore simbolico-memoriale;

-        E’ presenza di Cristo immolato-risorto che si fa presente, per la potenza dello Spirito, nei santi segni del pane – vino;

-        E’ comunione in quanto “banchetto” nel quale mangiando e bevendo al pane di vita e al sangue della nuova alleanza, noi diventiamo con-corporei con Cristo e in lui formiamo l’unico corpo che è la Chiesa.

In conclusione: tre sono gli “aspetti” distinti ma non separabili del Mistero (non nel senso di verità soltanto, ma di evento divino che si svela e si fa presente in un segno-esperienza umani):

-        il banchetto memoriale,

-        il sacrificio e la presenza,

-        la comunione.

      Si tratta allora di riflettere insieme sul “perché” e sul “come” si compie, particolarmente nell’esperienza di fede del cristiano e della Chiesa. Questa, infatti, mentre “fa” l’Eucaristia “è fatta” da essa cioè edificata nello Spirito come comunione e quindi comunità animata dalla carità e chiamata a farsi serva del mondo, nella carità.

 

1.      Rientrare nel Cenacolo

 

Quello che vogliamo intraprendere è una specie di “itinerario spirituale”, illuminati dalla parola di Dio e guidati dallo Spirito, al seguito di Cristo maestro e Signore.

 

1.2. La prima tappa è il Cenacolo e non potrebbe essere diversamente perché è là che il MISTERO cioè l’evento salvifico si è svelato e compiuto.

Vogliamo entrarvi e cogliere con stupore due icone che ci si presentano e che s’illuminano di significato reciprocamente e offrono a noi, che le contempliamo con gli occhi della fede, un messaggio e una lezione di vita determinanti per cogliere la relazione tra l’Eucaristia e il servizio di carità.

·           La prima icona è quella della Cena di addio di Gesù con i discepoli, la vigilia della sua passione.

*          Come ben sappiamo è una cena particolare di alto valore memoriale e simbolico perché rimanda all’evento fondante della storia d’Israele: la liberazione dalla schiavitù d’Egitto e soprattutto l’alleanza sancita al Sinai da Jahvè con i salvati che diventano “suo popolo”. E’ atto cultuale perché celebrazione di un sacrificio di ringraziamento (in ebraico è espresso con il termine “abodah” cioè “servizio”). Servizio di lode  e di culto al Dio Salvatore e Padre: ma anche servizio che si apre ad una dimensione sociale e comunitaria. In esso infatti Israele si riconosce come assemblea-convocata come famiglia di Dio. La cena pasquale non si può celebrare da soli: è un rito “aperto”, nel quale la famiglia può allargarsi e accogliere chiunque è di passaggio, non ha una casa, una mensa a cui sedersi per far festa, la grande festa d’Israele. Questo valore comunionale è espresso anche nei gesti rituali, nella preghiera di benedizione sul pane e sulla coppa del vino fatta dal padre di famiglia, condivisi nella gioia. Così la celebrazione che si compie si presenta non solo come servizio a Dio ma anche come servizio fraterno.

*          Ciò che Gesù fa nella cena non può prescindere da questo contesto. Non solo, ma lo “supera” attribuendogli un significato “altro”, cioè superiore e quindi  trascendente.

Lo si ricava soprattutto dalle parole con cui Gesù accompagna i gesti della cena relativi al pane e vino. Su di essi pronunzia – innovandola – la preghiera di benedizione per poi condividerli con i suoi: “questo è il mio corpo dato in sacrificio…”; “questo è il mio sangue versato (in sacrificio) per la remissione dei peccati”… C’è in queste affermazioni tutta la novità e l’originalità della Cena del Signore. Non si tratta più del pane dell’amarezza che i padri avevano mangiato in terra straniera senza che potesse essere fermentato; e neppure del vino della gioia e della festa per la liberazione operata da Jahvè “con mano potente e braccio disteso”. Quel pane e quel vino sono il sacramento del suo corpo che sarà dato e del suo sangue che verrà effuso; sono il segno supremo di quell’amore che l’indomani lo porterà a offrirsi al Padre, vittima immacolata, per la salvezza dell’uomo; per riunire cioè i figli di Dio dispersi dal peccato, dalle divisioni e dalle ingiustizie e per abbattere tutte le barriere che separano gli uomini e creano ingiustizia, oppressione e povertà. Sacrificio d’amore e di riconciliazione che il Padre gradirà risuscitandolo da morte per costituirlo Signore e primogenito di una nuova umanità, nella quale – come afferma l’Apocalisse – non ci sarà più pianto e morte e dal volto di tutti i poveri sarà finalmente strappato il velo dell’umiliazione e dell’emarginazione.

*          Consegnando ai discepoli il suo Corpo e Sangue, sacramento del suo “sacrificio” di glorificazione al Padre e di obbedienza alla sua volontà come pure del servizio ai fratelli, reintegrati nella loro dignità di figli di Dio dentro una comunità fraterna e libera, Gesù dà un mandato: “Fate questo in memoria di me”.

Cosa chiede ai suoi il Signore consegnando nelle loro mani il suo Corpo e Sangue? Non certamente un gesto ritualistico o formale, una cerimonia religiosa, un rito di convenienza! Domanda loro di fare della loro vita ciò che Lui ha fatto e continua a fare della sua (anche ora immolato e glorioso alla destra del Padre): una vita “data”, “spesa”, “persa”, all’insegna della gratuità e dell’amore oblativo, per il Padre e per il suo progetto di salvezza, che vuole tutti gli uomini liberati e liberi, integralmente promossi nella loro dignità di persone, anzi di “Figli nel Figlio”.

L’Eucaristia, memoriale del sacrificio di Cristo, immette dunque nella carità di Colui che ha dato se stesso fino al dono supremo di sé. E’ la suprema testimonianza dell’amore per noi (cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, nn.13-14). Un amore che è capace di assumere ogni limite, a cominciare da quello del peccato; amore che diventa condivisione totale con l’uomo, compromissione con ogni debolezza, miseria e infermità.

Solo così l’Eucaristia è vera; altrimenti rischia di essere una “bugia”, come dice S. Tommaso.

·           Nel Cenacolo tuttavia ci è dato di contemplare una seconda icona. In essa si rivela l’“altra faccia” della precedente e dalla quale non può essere separata perché appartiene anch’essa al “mistero” della Cena. Mi riferisco – come penso abbiate già intuito – alla lavanda dei piedi. Se il banchetto memoriale, nei suoi gesti e nelle sue parole, fa emergere dell’Eucaristia la sua connaturale dimensione conviviale e “comunionale” e la dimensione sacrificale di una esistenza che diventa “pro-esistenza”, il gesto della lavanda dei piedi, con le parole con cui il Maestro e Signore l’accompagna, fa risaltare l’amore soprattutto “diaconale”, come servizio cioè a chi è ultimo, emarginato, debole, povero.

E’ soprattutto l’evangelista Giovanni, nel racconto di quella vigilia, a presentarci Gesù in atteggiamento “diaconale”. Egli compie un servizio riservato agli schiavi (cap. 13). Ciò che è più interessante e significativo è però il mandato affidato ai suoi sollecitandoli a “fare” come ha fatto lui. Esso si colloca accanto al precedente, pronunciato dopo aver dato loro il suo Corpo e il suo Sangue.

Questo ha consentito ai Vescovi italiani di affermare nel doc. Eucaristia, comunione e comunità del 1983, al n. 53, che la lavanda dei piedi appartiene al “memoriale” eucaristico, in quanto esprime in altra forma (da quella della condivisione del pane e del vino) “lo stile messianico di Cristo” «venuto non per essere servito ma per servire e (= cioè) dare la vita» (Mt 20,28).

Si tratta dunque di due modalità distinte, ma non separabili, di mettersi al servizio della gloria del Padre e al servizio dell’integrale promozione dell’uomo. Ne consegue che l’Eucaristia, memoriale della carità di Cristo, non è “compiuta” se alla condivisione del corpo e sangue del Signore non si accompagna la diaconia al fratello – chiunque esso sia e in qualunque difficoltà versi – nel cui volto sempre e comunque si nasconde e si svela simultaneamente lo stesso Cristo Signore che si cela e si fa presente nei segni sacramentali del pane e del vino. E’ per questo, forse, che qualcuno ha definito il povero l’“ottavo sacramento”.

A questo punto vorrei trarre subito una prima conclusione. Riguarda la nota affermazione teologica d’origine agostiniana, ripresa dalla teologia recente (De Lubac) e da Giovanni Paolo II con l’enciclica Ecclesia de Eucharistia - tradotta in maniera insoddisfacente con La Chiesa vive dell’Eucaristia. Si dovrebbe dire piuttosto: la Chiesa è “fatta” cioè plasmata come Sposa e Serva, come comunità d’amore oblativo a Dio e di servizio all’uomo, dall’Eucaristia vista soprattutto come “azione” (o celebrazione). Partecipando al Corpo e Sangue del Signore la Chiesa, che vive concretamente nella assemblea riunita dall’amore del Padre, riceve lo Spirito santo dal suo Signore Gesù; non solo per diventare sempre più “Koinonia” cioè comunione, ma anche “Diakonia”, cioè serva dell’uomo. E’ un dono che le viene fatto, ma anche un “mandato” affidatole e quindi un impegno da vivere; un traguardo da raggiungere, una mèta su cui puntare con coraggio e decisione attraverso scelte concrete e profetiche. E’ interessante leggere - in questa prospettiva - i nn. 12 ssdella recentissima prima enciclica di Benedetto XVI “Deus caritas est”.

 

2.      Sulla strada di Emmaus e di Gerico

 

Viene spontaneo – ed è anzi doveroso – chiedersi: come concretamente siamo chiamati, noi che ci professiamo discepoli e siamo nella Chiesa, a farci docili allo Spirito per diventare costruttori di “comunità eucaristiche” nel senso ampio appena descritto. In altre parole come operare, in quanto popolo di Dio pellegrinante verso la Pasqua eterna, per costruire una comunità aperta e coinvolta nel servizio dei poveri, sostenuta dal “viatico” eucaristico, in docile sintonia con il mandato del Signore e in piena fedeltà al carisma del nostro padre S. Vincenzo?

 

E qui mi si presentano altre due icone evangeliche e cristologiche in particolare. Da esse non possiamo prescindere come cristiani alla sequela di Cristo e come vincenziani desiderosi di calcare le orme del nostro Padre. Egli infatti ha sempre considerato Cristo Gesù la sua “regola”, il suo costante punto di riferimento, il suo Signore e Maestro.

 

2.1.   La prima icona è quella “eucaristica” di Emmaus, di cui parla l’evangelista Luca (e solo lui!) nella II parte del cap. 24.

Di essa moltissimo è stato scritto e detto specialmente nell’anno appena trascorso. E’ un’icona “esemplare” per una Chiesa che con “stile eucaristico”, e dunque al seguito di Cristo risorto, vuole riscoprire nell’uomo – e soprattutto nell’uomo afflitto dalle antiche e nuove sempre più inquietanti povertà – la “via” privilegiata da percorrere (come ebbe a dire già nella sua prima enciclica Giovanni Paolo II), ovvero il compagno a cui affiancarsi nel suo peregrinare nel tempo.

Attraverso i gesti che compie e le parole che dice con i due discepoli in cammino verso Emmaus, come del resto in quelli della Cena con cui  invita a fare come ha fatto lui, Gesù rivela lo stile della diakonia all’uomo, i modi e i tempi con i quali farsi compagni dei delusi, degli sconfitti, degli emarginati di ogni genere. Il fatto poi che questa icona sia stata sempre “letta” in chiave eucaristica (al punto che il momento culminante della “fractio panis” è stato il primo termine – accanto a Cena del Signore – dato all’Eucaristia) la dice lunga e ci consente di affermare senza esitazione che lo stile di Gesù qui diventa esemplare e normativo per tutti coloro che nell’Eucaristia, e a partire da essa, vogliono farsi compagni e servi di chiunque incontrano nella loro strada, per camminare insieme verso la verità, la solidarietà, la giustizia e la pace.

L’icona di Emmaus ha un “dinamismo” che può essere assimilato ai tempi di una grande sinfonia di carità e di servizio, nella quale l’agire del Risorto ci svela un itinerario di “compagnia” e di solidarietà di grande efficacia ai fini di una integrale promozione umana e di una efficace e piena evangelizzazione. Mi pare di poter affermare che è in piena sintonia con l’esempio e l’insegnamento di S. Vincenzo. Senza forzature non è difficile infatti ritrovarvi le modalità concrete – o se si vuole le “tappe” – di un cammino “normativo” per noi, specialmente per quanto attiene agli atteggiamenti interiori ed esteriori da assumere nel servizio della carità.

·           La prima cosa che Gesù fa con i due è mettersi sulla loro strada. Si accosta ad essi con discrezione, s’interessa alla loro vita, si mette in ascolto dei loro problemi, si fa coinvolgere e provocare dalla loro situazione di delusione, di sconfitta, di smarrimento.

Farsi prossimi, vuol dire allora e prima di tutto non aspettare che i poveri vengano a bussare alle nostre porte, ma andare noi per primi a cercarli, a incontrarli sulle loro strade, come faceva a suo tempo S. Vincenzo e come ha voluto che facessero soprattutto le sue Figlie, libere dalle pastoie e dalle remore di una vita religiosa troppo chiusa, severa e formale. Non a caso si parla oggi di una “pastorale della strada”.

Sulla strada è più facile incontrare soprattutto i “nuovi poveri” e non solo quelli – sempre più numerosi – senza fissa dimora. Sono coloro che hanno il deserto nel cuore, feriti interiormente, colpiti da un disagio che li relega facilmente al margine. Sono i delusi, i diffidenti, gli arrabbiati “dentro” che non sanno dove andare per essere ascoltati, per poter esporre le loro spesso drammatiche situazioni.

Affiancarsi a costoro, che sono frutto della società del benessere e della sazietà, dell’indifferenza e dell’egoismo, chiede semplicità e umiltà, capacità di ascolto e tolleranza. Virtù queste che appartengono al “corredo” o meglio al carisma di S. Vincenzo. Farla da maestri e far pesare la propria superiorità, compromette l’incontro, chiude alla confidenza, rende difficile un’autentica solidarietà e una com-passione, che invece sono fondamentali per un servizio all’insegna della comunione.

·           Il Risorto, con i due di Emmaus non si ferma qui. Dopo l’incontro e l’ascolto apre un dialogo, ma un dialogo particolare. Lo può fare e lo fa con efficacia (riesce infatti a scaldare il loro cuore!) proprio perché ne ha posto la base e ne ha creato il clima, camminando con loro, attento e sensibile ai loro problemi.

Il suo dialogo non è fatto di parole consolatorie di circostanza. «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui», annota Luca (24,27). Nell’itinerario di Gesù questa mi appare la tappa decisiva. I problemi che i due si portano dentro, le loro delusioni e paure, le sconfitte, i bisogni e i disagi, in una parola le loro domande – compresa quella radicale “di senso” relativa al loro Maestro e Messia e alla scelta di diventarne discepoli – trovano risposta nella parola di Gesù, che diventa “luce per il loro cammino”, come dice il salmo, e in ultimo nell’evento della sua pasqua.

Tutto ciò mi porta a dire che il servizio dei poveri, che parte dall’incontro-ascolto, non può non aprirsi ad un annuncio di speranza. E questo è il Vangelo di Cristo crocifisso e risorto, alla luce del quale la vita, la morte, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e dei poveri soprattutto (come dice la Gaudium et spes all’inizio) prendono senso e trovano risposta. Ma nel Vangelo, potenza di Dio, è racchiusa anche la profezia di un superamento della miseria, dell’ingiustizia, dell’emarginazione, dello smarrimento e delle paure umane, affidate ai discepoli di Colui che per sconfiggere tutto questo ha dato la vita e continua a darla nell’Eucaristia.

Anche se questo spessore profetico del servizio di carità risulta oggi sempre più difficile nel clima socio-culturale di secolarismo in cui si vive, esso è ciò che ci qualifica come credenti e come Chiesa; è ciò che dovrebbe soprattutto distinguerci come famiglia di S. Vincenzo che, nell’evangelizzazione dei poveri, ha voluto fissare il centro e il cardine del suo carisma. Risulta l’impegno più arduo ma proprio per questo è il più urgente; non solo, ma è ciò che ci viene chiesto, anche se spesso in maniera confusa e non confessata da quanti, afflitti da varie difficoltà e problemi, sono alla ricerca di verità e di amore per ridare senso alla loro vita. E oggi non sono pochi… Non a caso dall’ascolto della parola di Dio da parte dei due discepoli di Emmaus, rinasce la fede e soprattutto la speranza e sulle loro labbra rifiorisce – come concreta espressione di esse – l’invocazione: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno ormai volge al tramonto!».

·           Il culmine dell’incontro di Gesù risorto con i due avviene nella “frazione del pane”. E’ lì che lo riconoscono e fanno l’esperienza della sua pasqua, realizzano la piena comunione con il Risorto, dopo averne ascoltato l’annuncio. E’ ciò che avviene anche nella celebrazione eucaristica.

In certo modo è così anche nell’incontro che noi compagni di viaggio e servitori dei poveri siamo chiamati a fare con loro. Il gesto dello spezzare il pane di cui qui si parla lo colgo in due prospettive che, ancora una volta, vanno poste in stretta relazione tra loro.

 

*          La prima e più ovvia, da tutti leggibile, che si desume facilmente dal significato umano e sociale, non trovo di meglio per esprimerla delle note parole di Isaia (che appartengono tra l’altro al Lezionario delle Messe vincenziane): esse identificano “condivisione” non solo “nel dividere il pane con l’affamato” ma anche con lo “sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi”, come pure nell’“introdurre in casa i miseri, i forestieri” (oggi diremmo gli emigrati!), “nel vestire chi è nudo” (58,6-7).

E’ in questione una carità a 360° che non può essere disgiunta dalla giustizia, che ne è il presupposto, il fondamento e il frutto. Sappiamo quanto S. Vincenzo si sia adoperato e abbia insistito su questo impegno e quanto di ciò oggi ci sia bisogno per un autentico e pieno servizio all’uomo, sia sul piano delle istanze personali che – soprattutto – sociali. Ciò, tra l’altro, implica l’impegno di rimuovere le cause che determinano la povertà e incidere sul piano sociale e politico per un progresso basato sullo sviluppo, come scriveva già nel ’64 Paolo VI nella Populorum progressio e come ha richiamato Benedetto XVI nella seconda parte dell’enciclica “Deus caritas est”.

*          C’è poi una seconda prospettiva che non può essere disattesa e chiama in causa una visione spirituale e pastorale – meglio ancora propriamente eucaristica – del gesto della frazione del pane. Mi riferisco ad un’istanza che come vincenziani dovremmo avere particolarmente a cuore nelle nostre Chiese particolari: quella di aprire spazi sempre più significativi ai poveri e per i poveri nelle nostre celebrazioni eucaristiche, specialmente nel “giorno del Signore” che è anche giorno dell’uomo e dunque del servizio e della carità, come ricorda Giovanni Paolo II nella Dies Domini.

Facciamoli sentire protagonisti e non solo spettatori e destinatari delle nostre celebrazioni; nell’omelia, nella preghiera dei fedeli, nella raccolta delle offerte, interpretiamo le loro istanze, sensibilizziamo la comunità ai loro bisogni e adoperiamoci perché siano tanti a coinvolgersi nel loro servizio, in modo che la Chiesa, nell’Eucaristia domenicale, si manifesti e si edifichi realmente non solo come comunità di fede e di preghiera, ma anche comunità di carità e di servizio. Per testimoniare così quella speranza di un nuovo ordine di rapporti umani che Gesù è venuto a inaugurare con la sua pasqua.

 

2.2.   Questa ricca e suggestiva icona di Gesù risorto pellegrino con i due sulla strada da Gerusalemme ad Emmaus me ne richiama immediatamente un’altra, anch’essa esclusiva di Luca, l’evangelista che ci presenta Gesù come evangelizzatore dei poveri. Mi riferisco naturalmente alla parabola del Buon Samaritano (10,25-37).

Vorrei farvi riferimento non solo perché costituisce per così dire la “magna chartha” evangelica del servizio della carità, ma perché in quello “straniero” misericordioso, che viaggia anch’egli da Gerusalemme a Gerico, si cela e si rivela Cristo stesso che – come dice S. Massimo confessore – è il “Buon samaritano dell’umanità”. E poi perché al termine dell’insegnamento impartito al dottore della legge che lo aveva interrogato Gesù dà lo stesso mandato della Cena e della lavanda dei piedi: «Va e anche tu fa’ lo stesso».

Cos’è che invita a fare il Maestro, ed è destinato ad arricchire il memoriale eucaristico della Cena e della lavanda dei piedi e illuminare di nuova luce anche le parole e i gesti del pellegrino di Emmaus?

Il discorso si farebbe ampio a voler entrare in merito. Raccolgo tuttavia alcuni frammenti di luce che possono ulteriormente allargare l’ampio panorama disegnato fin qui. Sono semplici e rapidi spunti di riflessione.

 

*          Farsi compagni di viaggio con i poveri, cioè farsi poveri “con” e “come” i poveri – secondo l’insegnamento di S. Vincenzo – è fondamentale. Ma per questo è necessario aprire gli occhi, saperli e volerli “vedere” vincendo l’indifferenza, il perbenismo, la fretta: tipiche tentazioni del nostro tempo; per fermarsi e farsi accanto a loro. Solo così si può avere compassione, realizzare solidarietà autentica.

*          E poi curarli, chinandosi su di loro e versare olio e vino. C’è un’interpretazione cara alla tradizione patristica, passata ora in uno dei nuovi prefazi comuni del Messale romano (l’ottavo) che parla dell’“olio della consolazione” e del “vino della speranza”. Mi sembra opportuno sottolinearla perché con l’olio della consolazione ci si riferisce alla parola di Dio che lenisce e consola, ma solo quando non è detta per convenienza o ripetuta freddamente e meccanicamente, ma viene dal cuore, scaturisce da una forte esperienza dello Spirito che è l’amore di Dio riversato nei nostri cuori (cf. Rm 5,5). Con il vino della speranza, invece, si allude alla concretezza dei gesti e delle opere dell’amore, delle iniziative cioè volte a rimuovere le cause della povertà, del disagio, della discriminazione e della violenza che originano malessere e diasagio.

Parole e gesti: è lo stile della missione di liberazione e di salvezza realizzata da Gesù, ma lo è anche della carità predicata e praticata da S. Vincenzo.

*          Ci sono finalmente due altri particolari che meritano di essere sottolineati. Il Samaritano, nei confronti di quel malcapitato, interviene coinvolgendosi e pagando di persona, mostrando così una carità che si compromette totalmente, non dà deleghe ad alcuno; anche se il suo è un intervento che potremmo definire “di emergenza”, ha tutto l’aspetto e il sapore di una condivisione totale che è dono di sé – come si diceva prima – significativa e feconda.

 Quello poi che colpisce è il fatto che il servizio del samaritano va oltre l’immediato. Egli lo conduce alla locanda per una cura più completa e continuata. Questo particolare ha un suo senso rilevante. I padri della Chiesa – che commentano l’episodio – vedono in questa locanda la Chiesa, quale casa accogliente capace di garantire un’ospitalità e un accompagnamento permanente e dunque una carità strutturata e ben organizzata. Proprio come fu nelle intuizioni di S. Vincenzo che non si è limitato, nei confronti dei poveri, ad un pronto intervento, ma attraverso i suoi figli, e le sue figlie soprattutto, ha dato vita a Istituzioni durature e per molti aspetti ancora valide e attuali, dove ciò che conta è la presenza e l’impegno permanente di operatori fortemente motivati interiormente e competenti.

 

3.  Due icone “apostoliche” per una verifica

 

E’ il momento di concludere questo mio intervento per offrire lo spazio necessario per una riflessione che – date la natura e le finalità di questo incontro – è destinata ad assumere la duplice valenza di una verifica e di un rilancio o comunque di un rinnovato impegno nel servizio dei “nostri signori e padroni”, che sono i poveri.

Anche questa verifica voglio stimolarla facendo riferimento a due icone neotestamentarie, contenute rispettivamente nella I lettera ai Corinti e negli Atti degli apostoli. Si tratta di due Chiese apostoliche che ci offrono due immagini ovvero due situazioni con le quali confrontarci al fine di diventare anche noi comunità (eucaristiche) capaci di coniugare insieme il mistero della carità di Cristo celebrato nell’Eucaristia con il ministero-servizio di carità che siamo chiamati a vivere con i poveri.

 

3.1.   Andiamo dunque a Corinto e vediamo ciò che accadeva in quella Chiesa tanto cara a S. Paolo che l’aveva fondata nel suo secondo viaggio missionario e vi era restato per parecchio tempo per accompagnarne la crescita. Una Chiesa in una situazione socio-culturale di pluralismo, di influssi negativi sul piano della mentalità e dei comportamenti etici e di lacerazioni e contrapposizioni anche al suo interno. In questo quadro emergono contraddizioni varie non solo tra fede e vita, tra comunione ecclesiale e autonomie di gruppi, tra carismi e servizi. Quella che più evidenzia il contrasto però, ed è per molti aspetti all’origine di tutti gli altri, è la frattura venutasi a creare tra la celebrazione della Cena del Signore e il servizio della carità nei confronti dei poveri, da parte dei più ricchi. La denuncia di S. Paolo è fortissima perché il comportamento dei Corinzi smentisce e rinnega il legame tra carità celebrata e carità vissuta e quindi il mandato dello spezzare il pane eucaristico in comunione e la lavanda dei piedi che non tollera divisioni e discriminazioni. A Corinto infatti le divisioni si manifestavano proprio nella Cena del Signore “radice e cardine” della comunione, come ricorda il Concilio (cf. Presb. ord. 6). Ciò avveniva quando si svolgeva il pasto fraterno che la precedeva, durante il quale le diverse condizioni sociali determinavano l’arroganza insensibile dei ricchi e l’umiliazione dei poveri già per tanti aspetti umiliati (cf. 1 Cor. 11,17-22). «Il vostro non è più mangiare la Cena del Signore!», grida l’Apostolo. L’Eucaristia è tradita, in questo modo.

Una comunità che è “una” nella comunione, manifesta e realizza l’unità partecipando all’unico pane di vita spezzato e condiviso (cf. 1 Cor. 10); è posta di fronte ad un bivio dallo stesso “segno”: o lasciarsi trasfigurare dalla carità o cadere nella finzione, nell’insensibilità, in una sorta di filantropismo evanescente e chiuso.

*          Domandiamoci allora con coraggio: avviene tutto questo nelle nostre Chiese particolari? Perché avviene? Come si manifesta questa specie di “divorzio”? Cosa e come fare per superarlo e ricomporre in stretta e feconda armonia questi due aspetti fondamentali dell’esperienza di fede personale e comunitaria?

 

3.2.   Da Corinto torniamo – ancora una volta – a Gerusalemme, nella prima comunità cristiana sorta dall’annuncio di Cristo crocifisso e risorto, fatto nel giorno dell’effusione del fuoco dello Spirito su Maria e gli apostoli riuniti insieme in quello stesso Cenacolo nel quale – come si diceva all’inizio – Gesù aveva dato il segno “estremo” della sua carità. E’ la comunità di Pietro, descritta nei due noti “sommari” (così definiti) del cap. II (vv. 42,48) e IV (vv. 32-35). Gli esegeti sono unanimi nel ritenere che si tratta più di un modello a cui guardare e un obiettivo al quale tendere anziché la descrizione di una situazione reale. Tanto è vero che il quadro idilliaco in essi presentato è di fatto smentito dagli avvenimenti descritti subito dopo, come ad esempio l’episodio di Anania e Saffira (cap. V), nel quale l’egoismo dei due sconfessa la condivisione e l’attenzione ai poveri che sembrerebbe emergere dai capitoli precedenti.

Proprio perché “modello” la comunità degli Atti è da contemplare ed imitare, nel faticoso e spesso contraddittorio cammino per diventare Chiesa. Quattro ne sono le colonne portanti: la fedeltà all’insegnamento degli apostoli e dunque alla parola di Dio; la partecipazione alla frazione del pane, dunque all’Eucaristia e alla preghiera nel tempio; e, finalmente, la condivisione dei beni “secondo il bisogno” e in modo che «nessuno tra essi era bisognoso». E tutto ciò non come un fatto episodico o di alcuni membri della comunità, ma caratterizzato da assiduità e concordia («erano assidui e concordi»). Era cioè uno stile di vita e un modo di pensare, che poneva l’Eucaristia come culmine, punto di arrivo del cammino di fede e fonte sorgiva di solidarietà e di servizio. In una parola il momento-luogo privilegiato e più alto di tutta l’esperienza di fede personale ed ecclesiale. E’ ciò che dovrebbe essere la vita delle nostre comunità. Ma lo è veramente?

 E’ importante porsi il quesito. Anche perché, come annotano gli Atti, questa testimonianza era non solo motivo di gioia dentro la comunità, ma soprattutto di attrazione per “coloro che erano fuori”. In forza di ciò, il Signore aggiungeva molti altri alla comunità e quindi la faceva crescere non solo di numero, ma di “qualità”.

*          C’è da chiedersi allora: la scarsa incidenza che oggi le nostre comunità hanno nel territorio, la crisi delle vocazioni, le critiche e riserve da parte di molti, alcuni dei quali se ne vanno da noi sbattendo la porta, non dipenderà anche dalla nostra fede incoerente, dalle nostre Eucaristie tradite, dalla nostra carità sconfessata da pigrizia, ritardi e comportamenti di estraneità e d’indifferenza?

 

Conclusione

 

E’ veramente il momento di concludere. Lo faccio – ed è, credo, il migliore dei modi – con una preghiera; quella dopo la comunione della domenica XXII del tempo ordinario che così recita:

 

 

        «O Signore, che ci nutri alla tua mensa,

          fa’ che questo sacramento ci rafforzi nel tuo amore

          e ci spinga a servirti nei nostri fratelli».

 

E’ un’invocazione, ma vuole essere per me anche un augurio cordiale e grato a tutti voi. E’ quello di un Confratello vescovo ai fratelli e sorelle vincenziani di questa meravigliosa terra sarda fecondata dalla testimonianza e dalle opere di S. Vincenzo, il “grande patriarca della carità”, come lo ha definito Giovanni XXIII.

 

 

Luca Brandolini  C.M.

Vescovo di Sora Aquino Pontecorvo

Presidente del Centro di Azione Liturgica